Distanza nella comunione


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La Via Crucis di Mimmo Paladino nella chiesa del Santo Volto di Gesù a Roma
La Via Crucis di Mimmo Paladino nella chiesa del Santo Volto di Gesù a Roma

Giovedì santo, 9 aprile 2020

Malati guariti, giovani alla ricerca della vita rattristati dalla radicalità delle richieste, donne sanate e rese capaci di condivisione, discepoli alla sequela incapaci di comprendere, al seguito di Gesù siamo giunti a Gerusalemme. La meta di quella strada che Gesù ha percorso incontrando uomini e donne, insegnando, curando e guarendo, in ascolto della parola del Padre “perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38). Siamo giunti a Gerusalemme in quella che è “l’ora” per Gesù, il momento in cui tutta la sua vita troverà compimento, nella sua morte e resurrezione per amore di tutta l’umanità. È l’ora cruciale in cui si rivelerà la verità, l’ora della luce di Dio che illuminerà ciò che è nelle tenebre.

Giunti alla meta, la città santa, durante le festività della Pasqua ebraica, i discepoli si rivelano ancora una volta alla sequela di Gesù ma lontani da lui, vi è una distanza tra loro. “Dove vuoi che noi prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?” (Mt 26,17). Veri discepoli si mettono a disposizione del loro maestro ma la loro domanda pone Gesù da solo in quella pasqua. In questi tempi di distanza forzata questo giovedì santo ci raggiunge con la buona notizia del vangelo che porta luce nelle situazioni di solitudine e di isolamento che stiamo vivendo. E lo fa perché Gesù corregge subito la prospettiva dei suoi discepoli e nella sua risposta non lascia dubbi: “Andate in città da un tale e ditegli: ‘Il maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la pasqua da te con i miei discepoli?’” (v. 14). Nella domanda dei discepoli: “Dove vuoi… che noi… per te … perché tu”, traspare quella incomprensione, quella distanza tra il nostro desiderio di seguire il Signore e la verità della sua vita, narrata a noi nel vangelo. Distanza che rimarrebbe tale se Gesù non fosse “con” i suoi discepoli, se non fosse lui ad annullarla. Il giovedì santo è l’annuncio che questa distanza viene completamente eliminata da Gesù che ci convoca ci raduna: convenientes in unum, “vi radunate insieme” (cf. 1Cor 11,20), dice Paolo ai cristiani della comunità di Corinto.

Gesù con questo invito alla sua tavola, nel suo essere “con” si sta prendendo cura dei suoi discepoli, di ogni suo discepolo, in ogni luogo e in ogni tempo, donandoci ciò di cui abbiamo bisogno: una carità fatta di parole e gesti, una presenza fraterna amorevole. Gesù sa che ogni essere umano ha bisogno di questo amore concreto e “fino alla fine” vive questa vicinanza con i suoi. Gesù sa che quei discepoli, e noi oggi, soffriranno per la distanza, l’assenza della persona amata, Gesù conosce il cuore di quanti si sono messi alla sua sequela e che ora rimarranno sconvolti per ciò che sta per succedere. “Tutti rimarrete scandalizzati” (Mc 14,27), dice loro alla fine della cena. Gesù sa che di fronte alla croce, il giorno successivo, essi vivranno un momento di crisi e con questa cena, riuniti assieme, sta cercando di prepararli, dice parole e compie gesti per il dopo.

I discepoli sono giunti a Gerusalemme in un clima di gioiosa esultanza, ma ora è “venuta la sera” (Mt 26,20), ora sono circondati dalle tenebre, l’incomprensione, ma nella stanza chiusa, dove sono riuniti attorno alla tavola, la luce risplende. La scena è luminosa, perché Gesù è “con” loro e vuole donare loro luce, mettere semi di pace nel loro cuore, svelare in anticipo quella speranza nascosta nel cammino di passione che essi comunque vivranno come fallimento, crisi, perdita di ogni orizzonte futuro. Gesù sta dicendo ai suoi discepoli radunati con lui: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me” (Gv 14,1). Una parola di sostegno e fiducia che Dio ha donato al suo popolo durante tutta la storia di salvezza. Non temete! La morte, la violenza, la crudeltà, la tragedia non hanno l’ultima parola.

Gesù è “con” quella comunità che rimarrà lontana anche dopo la cena, che non è perfetta. Il male, la divisione, il cuore doppio è presente nel dipanarsi della storia di salvezza e al cuore della comunità stessa di Gesù. La comunità che può nascere grazie al dono di Gesù rimane peccatrice, sempre bisognosa di perdono. La capacità di male che abita ciascuno di noi supera ogni previsione: in questo siamo tutti solidali, tutti ne siamo coinvolti. Gesù è “con” quel male. Anche questa distanza è colmata.

Gesù è “con” Giuda. Presenza inquietante all’interno della stanza luminosa, seduto alla stessa tavola. Il nemico presente tra gli amici, la minaccia, il dubbio dove massima dovrebbe essere la fiducia. Gesù non ignora la sua presenza: “In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà” (Mt 26,21), ma nemmeno lo giudica, o se ne allontana, è presente anche per lui, “con” lui fino alla fine. A differenza degli altri discepoli che invece subito entrano nella dinamica del sospetto, dell’accusa, della divisione. Gesù ci invita a una tavola attorno alla quale ci si può sedere solo rinnovando la fiducia gli uni negli altri, solo eliminando la distanza, ridonando una fiducia che è a caro prezzo, e Gesù per primo conosce questo prezzo: la sua stessa vita.

Gesù è “con” Pietro, che sicuro di sé annuncia a Gesù: “Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò” (Mt 26,35). Riposta la sua fiducia in sé, anche lui rimane lontano dal suo Signore perché dimentica che solo “nel Signore trovo rifugio” (cf. Sal 11,1). Perché è solo riconoscendosi indegni di ogni fiducia ma credendo alla fiducia che il Signore ci dà per il domani che possiamo sedere alla sua tavola, malati guariti, peccatori perdonati.

Gesù è “con” in quell’ultima cena, ed è “con” noi in ogni nostra eucaristia. Perché nella celebrazione della sua pasqua Gesù annulla anche la distanza temporale: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19). In ogni eucaristia noi facciamo memoria della nostra salvezza. Facciamo cioè memoria della morte e resurrezione di Gesù che ci hanno introdotto nella salvezza. Nell’eucaristia Gesù dona oggi, a mensa “con” noi, la sua vita per la nostra salvezza.

Gesù è “con” noi e crea così comunione per il fatto stesso che ci invita, ci convoca. La tavola è dove ci nutriamo ma è anche luogo della convivialità, della comunione. Una comunione, quella eucaristica, che ha il fulcro in Gesù il quale tuttavia non si pone al centro o in alto, ma si mette con noi attorno alla tavola e condivide con noi un dono, ciò che egli stesso riceve dal Padre e ne fa parte a noi. Gesù condivide un pane spezzato e benedetto. Un pane non per uno solo ma per tutti. Ciascuno dei discepoli presenti a quell’ultima cena tiene in mano un pezzo del pane quando Gesù pronuncia su di esso le parole: “Questo è il mio corpo” (Mt 26,26), anche Giuda, Pietro hanno in mano un pezzo di questo pane. Il dono che il Padre fa all’uomo in vista della vita nel pane e nel vino, è il dono che crea e rende solida anche la comunione, l’unità di tutti coloro che tengono tra le mani e accolgono questo dono e vi rispondono: “Amen”. Questo pane è il corpo di Cristo, tutta la sua vita, che egli dona in vista della vita nuova. Dono che è frutto dell’amore infinito del Padre che “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16).

Quella cena non è un evento passato, farne memoria è l’invito a entrare in questo tempo nuovo cui ci ha introdotto la morte e resurrezione di Gesù. In ogni eucaristia noi ci riconosciamo beneficiari di questo dono che Gesù ha fatto, il dono della sua vita. Per questo ringraziamo e lo accogliamo. Prendere parte alla tavola dell’eucaristia significa entrare nella comunione che Gesù ci offre con il suo dono e diventare anche noi capaci di comunione, divenire comunità tra noi. Anche oggi, anche lontani: capaci di comunione nella distanza. Significa abbandonare la via dell’egoismo, del sospetto, della difesa per entrare nella nuova logica del dono, della vicinanza che Gesù ha inaugurato e alla quale sempre possiamo rispondere il nostro “Amen” partecipando all’eucaristia.

Gesù ha eliminato la distanza e continua ad annullarla anche oggi, per noi. Anche oggi, in questa Pasqua inedita e “straordinaria”, le sue parole e i suoi gesti sono per noi perché possiamo vivere i giorni che verranno non come giorni di tristezza e di spavento ma pieni del desiderio di gustare l’immensità del suo amore, rinforzati nella speranza cui lui ci ha introdotto aprendoci un futuro di vita. Se la partecipazione alla Pasqua che egli vuole vivere “con” noi ci è impedita, non viene meno la sua convocazione a una comunione di vita eucaristica: una vita cioè di ringraziamento, una vita che riscopriamo donata e della quale possiamo fare dono agli altri, una vita che sa mettersi al servizio, eliminare quelle distanze che a volte sembrano impossibili da annullare. La distanza non ha l’ultima parola, Gesù l’ha già superata aprendoci alla comunione con lui. Comunione per l’oggi e per il nostro domani. Questa la speranza che può rinforzarsi anche in questa Pasqua. Perché questo tempo può divenire un tempo eucaristico in cui la grazia può passare in noi e può farlo, come ci ha ricordato papa Francesco, “anche se siamo isolati, il pensiero e lo spirito possono andare lontano con la creatività dell’amore. Questo ci vuole oggi: la creatività dell’amore … Questa fede pasquale nutre la nostra speranza. È la speranza di un tempo migliore, in cui essere migliori noi, finalmente liberati dal male e da questa pandemia. È una speranza: la speranza non delude; non è un’illusione, è una speranza. Gli uni accanto agli altri, nell’amore e nella pazienza, possiamo preparare in questi giorni un tempo migliore”. 

sorella Elisa