“Una prossimità silenziosa”


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Sabato santo, 11 aprile 2020

Il clima del sabato santo è ben significato da un antico responsorio della liturgia romana che, dopo gli eventi convulsi del venerdì, invita ad un tempo nuovo, di sosta, di silenzio, di approfondimento. La prima affermazione di questo responsorio ha il sapore della mesta presa di coscienza di una perdita: 

Recessit pastor noster, fons aquae vivae
ad cuius transitum sol obscuratus est
.

“Se n’è andato il nostro pastore, la fonte dell’acqua viva
al cui passaggio il sole si è oscurato”.

Non un testo drammatico, ma pacato, detto da chi ha esaurito le sue lacrime ed ora, come avvolto da una strana bonaccia, contempla la tragedia passata e soprattutto ciò che resta: un’assenza.

Il sabato santo è questo soprattutto. Un tempo vuoto, in cui non accade nulla. Una pausa tra il venerdì della passione e la notte della resurrezione. E questo silenzio, questo vuoto non va riempito, ma innanzitutto ascoltato.

Se però sulla terra tutto tace, mentre il corpo del Messia riposa nella tomba, vi è un luogo in cui qualcosa avviene. Il responsorio già citato continua infatti:

Nam et ille captus est, qui captivum tenebat
primum hominem.

“Ma intanto è imprigionato colui che teneva prigioniero
il primo uomo”.

Mentre dunque sulla terra tutto tace, la fede cristiana ha da sempre intravisto e contemplato quello che definirei un “segmento intermedio” dell’azione salvifica operata da Cristo. Intermedio tra la morte e la resurrezione, che la tradizione ha designato con l’espressione: “discesa agli inferi”.

Il nuovo Adamo, mentre il suo corpo riposa nella tomba, sarebbe sceso in quel luogo che la tradizione ha variamente chiamato (inferi, inferno, ade, limbo…) incontro all’antico Adamo. In uno spazio che, al di là dei nomi, rappresenta il nonluogo per eccellenza. L’antro oscuro, in cui è impossibile vedere il volto dell’altro e dell’Altro per antonomasia, secondo una della più antiche definizioni che i testi ci offrono dell’inferno.

Si tratta di una tradizione che, pur potendo vantare scarsissimi appoggi biblici (cf. 1Pt 3,19; Mt 12,40 e pochissimi altri), ha riscosso fin dai primi secoli un ampio consenso. Una delle più antiche illustrazioni di questa idea ci viene da un testo apocrifo greco, databile al III secolo, noto come Descensus Christi ad inferos o Vangelo di Nicodemo. Ben presto la medesima credenza si è fatta strada in alcuni Simboli di fede, in particolare nel Simbolo degli Apostoli (Textus receptus), che di Gesù dice: “Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto, discese agli inferi (descendit ad inferna), il terzo giorno risuscitò dai morti”. E infine nella letteratura patristica, d’oriente e d’occidente, nella liturgia e nell’iconografia. Per quest’ultima, si ricordi che ancora oggi in oriente l’icona dell’Anastasis (Resurrezione) rappresenta in realtà il Cristo che trae fuori dagli inferi i progenitori, Adamo ed Eva. Così era anche in occidente, almeno fino al rinascimento, quando all’antica iconografia si sostituì quella del Cristo che esce vittorioso dal sepolcro. Il Beato Angelico, nella raffigurazione del Risorto nel Convento di San Marco a Firenze, sembra offrire una sintesi delle due prospettive.

Possiamo a questo punto chiederci perché, pur su basi scritturistiche così fragili, la tradizione abbia costruito così tanto. Perché vi ha visto una chiave di accesso importante al mistero della salvezza che celebriamo nella Pasqua del Signore. Una chiave che svela il valore di quella morte e di quella resurrezione proprio attraverso la discesa del Messia agli inferi; in un movimento che dice “prossimità” o, riprendendo un termine caro ai padri, “condiscendenza”: scendere accanto, farsi accanto.

Il cuore della discesa agli inferi è proprio qui: Gesù non salva l’umanità con una morte sacrificale né con una resurrezione trionfale, ma inverando e svelandoci il senso dell’una e dell’altra in questo mistero di comunione profonda, o nel profondo.

Scendendo agli inferi, Gesù va a cercare la pecora perduta, o la perla preziosa, come dice Efrem il Siro: “Come un cercatore di perle, ti sei immerso negli inferi, per cercare la tua immagine, inghiottita dalla morte. Come un povero e un miserabile, sei sceso e hai esplorato l'abisso dei morti; e la tua misericordia è stata ricompensata, perché hai visto Adamo ricondotto all'ovile”.

Scendendo agli inferi, Gesù ha potuto riprendere un dialogo che la vergogna del peccato aveva interrotto nel giardino dell’in-principio, come dice un’omelia siriaca del V secolo: “Il creatore di Adamo ha visitato Adamo negli inferi; è sceso e l’ha chiamato nella regione inferiore, lui che l’aveva chiamato tra gli alberi del paradiso. Anche nella tomba gli ha detto: ‘Adamo, dove sei?’, come gli aveva detto nel giardino. Quella stessa voce che lo aveva chiamato tra gli alberi, è discesa per chiamarlo tra i morti. L’aveva chiamato tra gli alberi, e aveva ottenuto una risposta nell'angoscia; l’ha chiamato tra i dormienti e Adamo gli ha risposto nella gioia. Quando Dio era venuto nel paradiso, Adamo era fuggito davanti a lui come un ladro; ma quando è entrato negli inferi, e lo ha illuminato, e lo ha chiamato nella regione della tenebra, subito è uscito incontro a lui, perché il debito da lui contratto era stato pagato dal suo Signore che era detto essere suo figlio”.

Scendendo agli inferi, Gesù ha voluto portare a termine la sua incarnazione, percorrendo ogni antro oscuro abitato dall’umanità ferita, attraversando ogni fibra del nostro essere, ogni nostra derelizione e vergogna, per lasciarvi il segno salvifico della sua amorevole cura, come canta un tropario della liturgia bizantina: “Sei disceso sulla terra per salvare Adamo e, non avendolo trovato sulla terra, o Signore, sei andato a cercarlo fino agli inferi”. 

Spesso Adamo, l’essere di terra, non vive più in quel luogo che Dio ha pensato per lui, ma in spazi non umani, spazi di morte. La discesa agli inferi è la risposta di Dio a questa derelizione. Sceso sulla terra, il Figlio prosegue il suo viaggio, alla ricerca dell’Adam, ovunque egli si trovi.

Per salvare l’umanità e il cosmo intero, Gesù ha dovuto dimorare nella morte e nella derelizione. Ecco il senso di questo tempo intermedio! Un tempo di prossimità silenziosa, di condivisione che può sembrare inerme, inefficace, persino scoraggiante, nella misura in cui un Dio trionfante sulla morte potrebbe risultare più consolante di un Dio di compassione silenziosa.

Ma anche questo appartiene al mistero pasquale. E forse ha molto da dire a un tempo come il nostro, afflitto da un male che ci sovrasta e ci fa misurare non solo la nostra impotenza, ma anche quella del nostro Dio.

Quale salvezza possiamo attenderci in quest’ora? Per quale salvezza possiamo pregare? Il mistero della discesa agli inferi ci annuncia la salvezza del Dio che si fa prossimo, che scende nel dolore, prima di decretarne la fine. Vi scende, lo vive, lo patisce… Il grido di vittoria si leva dal basso, e prima di udirlo, ne sentiremo l’effetto benefico, anche solo dal suo lieve respiro. Il respiro di un Dio che soffre insieme a noi.

fratel Sabino