L'agnello ha inaugurato la vita


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Exultet, Barb. Lat. 592, XI secolo.
Exultet, Barb. Lat. 592, XI secolo.

Vere dignum et iustum est, aequum et salutare:
Te quidem, Domine, omni tempore confiteri,
sed in hac potissimum die gloriosius pradicare,
cum Pascha nostrum immolatus est Christus.
Ipse enim verus est Agnus
qui abstulit peccata mundi.
Qui mortem nostram moriendo destruxit,
et vitam resurgendo reparavit.

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
proclamare sempre la tua gloria o Signore,
e soprattutto esaltarti in questo giorno
nella quale Cristo, nostra Pasqua, si è immolato.
È lui il vero Agnello
che ha tolto i peccati del mondo,
è lui che morendo ha distrutto la morte
e risorgendo ha ridato a noi la vita.

Messale romano, Prefazio pasquale I

“Cristo, nostra Pasqua, il nostro Agnello pasquale, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa…!” (1Cor 5,7-8). La liturgia pasquale canta il mistero della passione e della glorificazione di Cristo, riecheggiando le parole dell’apostolo Paolo. “È un testo che risale ad appena una ventina d’anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, eppure – come è tipico di certe espressioni paoline – contiene già, in una sintesi impressionante, la piena consapevolezza della novità cristiana. Il simbolo centrale della storia della salvezza – l’agnello pasquale – viene qui identificato in Gesù, chiamato appunto ‘nostra Pasqua’. La Pasqua ebraica, memoriale della liberazione dalla schiavitù d’Egitto, prevedeva ogni anno il rito dell’immolazione dell’agnello, un agnello per famiglia, secondo la prescrizione mosaica. Nella sua passione e morte, Gesù si rivela come l’Agnello di Dio ‘immolato’ sulla croce per togliere i peccati del mondo. È stato ucciso proprio nell’ora in cui era consuetudine immolare gli agnelli nel tempio di Gerusalemme. Il senso di questo suo sacrificio lo aveva anticipato Egli stesso durante l’ultima cena, sostituendosi – sotto i segni del pane e del vino – ai cibi rituali del pasto nella Pasqua ebraica. Così possiamo dire veramente che Gesù ha portato a compimento la tradizione dell’antica Pasqua e l’ha trasformata nella sua Pasqua” (Benedetto XVI).

Il Risorto è l’Agnello che prende e porta su di sé le tenebre della nostra notturnità e toglie i peccati del mondo: immerso nella morte, nel luogo buio di ogni negazione, sepolto nel silenzio della tomba, solidale con l’umano segnato da mortale fragilità, ha vinto la morte, svuotandola dall’interno. 

Per questo la chiesa, nell’alba pasquale, fa risuonare il grido vittorioso della sequenza Victimae paschali laudes:

Alla vittima pasquale,
s’innalzi oggi il sacrificio di lode.
L’Agnello ha redento il suo gregge,
l’Innocente ha riconciliato
noi peccatori con il Padre.
Morte e Vita si sono affrontate
in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto;
ma ora, vivo, trionfa. 

Invitati al banchetto nuziale dell’Agnello, nella celebrazione eucaristica pasquale, noi accogliamo nel profondo del nostro essere il dono della vita risorta: “Riceviamo la comunione non perché siamo arrivati, ma perché stiamo viaggiando. Non perché siamo nella ragione, ma perché siamo confusi e nel torto. Non perché siamo divini, ma perché siamo umani. Non perché siamo sazi, ma perché siamo affamati. Nell’eucaristia la celebrazione e il dolore, la Pasqua e la croce vanno sempre di pari passo. Quando ci incontriamo fra cristiani, non lo facciamo per celebrare noi stessi e i nostri successi, ma per celebrare l’eterno dono che non cessa mai di esistere, e per porgere il ringraziamento che tale dono suscita in noi” (R. Williams).

Et vitam resurgendo reparavit: il Risorto ridona la vita, ce la dona di nuovo, una vita rinnovata, rigenerata, riportata alla luce dall’abisso delle tenebre, come scriveva l’apostolo Paolo: “Il salvatore nostro Cristo Gesù ha distrutto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del vangelo” (2Tm 1,10). Distruxit e illuminavit: sulle rovine della morte sorge ormai la luce nuova della Vita, illuminata dal Risorto. 

“È quindi di questa notte, con cui comincia il giorno del Signore, che noi ora, con questa solennità, celebriamo la ricorrenza; con questa veglia rievochiamo la notte in cui il Signore è risorto e in cui per noi ha inaugurato quella vita nella quale non vi è più né morte né sonno alcuno, iniziandola nella sua carne che ha risvegliato di tra i morti, così che ormai non può più morire, e la morte ormai non ha più potere su di lui” (Agostino, Serm. 221,4).