Dove andrò, io misero?


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /home/monast59/public_html/templates/yoo_moustache/styles/bose-home/layouts/article.php on line 44

Photo by ÉMILE SÉGUIN on Unsplash
Photo by ÉMILE SÉGUIN on Unsplash

Entriamo nella Quaresima, lasciandoci accompagnare dalle parole della tradizione liturgico-spirituale della Chiesa copta.

Per la Chiesa copta ortodossa non esiste un rito di ingresso alla Quaresima. Dunque, non si impongono le ceneri. La Quaresima inizia il lunedì che segue alla domenica del rifā‘, ovvero del “carnevale” (quest’anno 2021: 7 marzo). Esiste invece un rito di “uscita” che si celebra l’ultimo venerdì di Quaresima, giorno in cui i fedeli vengono unti con olio santo (rito del qandīl) in preparazione ai riti della Settimana santa.


Accordami Signore di compiere la tua volontà, e rendimi degno in ogni momento di essere con te. Nella tua compassione, assolvi le mie cadute, purifica la mia anima, la mia mente spirituale e il mio corpo. Sì, ho osato compiere azioni che, al solo ricordo, mi fanno vergognare. Dove andrò, io che sono misero? Il cielo e la terra, infatti, sono nelle tue mani. Davvero, altro rifugio non ho né salvezza che la tua compassione. Eccomi, in te mi rifugio, cosicché, avendomi accolto, io possa trovare misericordia. Signore Gesù Cristo, abbi compassione, secondo la tua bontà. Non abbandonarmi, poiché sono in pena. Sradica dal mio cuore la radice dei peccati, della blasfemia e della frivolezza. Salvami da ogni opera malvagia, ovvero dall’orgoglio mondano e dalla sua vanagloria. Non prendermi a metà dei miei giorni, e non farmi perire, a causa delle mie malvagità. Gli animali irrazionali non hanno compiuto ciò che io ho fatto: io ti ho adirato molte volte. Tu conosci, Signore, i miei peccati. Ma la compassione è il tuo modo di essere. Povero me, uomo cattivo, come starò davanti alla tua gloria? Ho sprecato tutto il mio tempo nella negligenza: donami conversione e una mente spirituale vigile. Accoglimi, mio Dio, secondo la tua grande misericordia. Di’ alla mia anima: “Io sono la tua salvezza”. La salvezza è lontana da me, se tu non vieni a cercarmi

(Psali adam del Grande Digiuno di Quaresima sulla Seconda Ode)

Contrariamente a quanto si possa pensare, secondo la tradizione della Chiesa copta, la Quaresima è una stagione liturgica gioiosa, perché rappresenta un momento estremamente opportuno per immergerci nell’amore di Dio che perdona, purifica, risana e ridona vita. Quell’amore, incarnato dalla parabola del buon samaritano (cf. Lc 10,25-37), che solo è capace di curare e risanare le ferite inferte dalla malattia del peccato. Come miserabili inermi caduti a terra, incapaci di rialzarci, possiamo solo sperare nell’amore di Dio per noi, che sulla Croce ha avuto la sua espressione più meravigliosa. 

Se c’è penthos, se c’è lutto per i nostri peccati, dolore per il nostro estraniamento da Dio e tristezza per il prezzo pagato dal Signore per noi, essi sono sempre venati da una speranza intramontabile e da una gioia luminosa. È charmolype, la “tristezza gioiosa”, secondo l’espressione coniata da san Giovanni Climaco (cf. La Scala 7,11), perché noi entriamo nella Quaresima e nel processo di conversione avendo già in mano la vittoria che Cristo ha ottenuto sulla morte e sul peccato, annunciata dalla sua resurrezione, e la caparra dello Spirito. Ecco due paradossi della Quaresima: “Gioite… pur essendo afflitti”, così dice l’Apostolo (Pt 1,6); la Pasqua è la meta verso cui si dirige la Quaresima, ma che, in realtà, è già alle nostre spalle. 

La Quaresima è, in questo senso, il tornare a casa del figlio smarrito e afflitto che sa di averla fatta grossa (cf. Lc 15). Il padre, vedendolo giungere, corre verso di lui, e dice di lui: “Era morto… è tornato in vita” (Lc 15,24). Questo è il senso letterale con cui, sia la parola ebraica (teshûbah), che quella araba (tawbah), esprimono la conversione: ‘ritorno’. Un ritorno alla vita, appunto. 

Questo ritorno alla vita non è possibile senza la consapevolezza che siamo esseri mortali e che viviamo in un mondo decaduto la cui figura è destinata a passare (cf. 1Cor 7,31). In questo senso, convertirsi è riscoprire ciò che è davvero essenziale alla nostra vita, il senso profondo dell’esistenza, il vero nutrimento, la vita in abbondanza, la realtà duratura che non passerà. Come Cristo nel deserto, in Quaresima siamo chiamati a sperimentare più intensamente che “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Ma ciò è possibile solo andando nel deserto. Solo lì, abbandonate superfluità e superficialità, possiamo ascoltare la voce di Dio che ci attira verso casa.

Un monaco del deserto