Ascoltatelo!


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Photo by Yuya Murakami on Unsplash
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Gesù Cristo, l’Unigenito, salì sul monte Tabor e prese con sé i suoi discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni. E assunse la sua propria forma [si trasfigurò] dinanzi a loro: il suo volto risplendeva più del sole, i suoi abiti come neve. Gli apparvero i due profeti: Elia ed Mosè il forte. Essi contemplarono i suoi abiti sul Tabor mentre i discepoli furono avvolti da una nube luminosa. Ed ecco una voce dal cielo, da Dio Padre: “Questo è il mio Figlio, il mio amato. Egli ha compiuto il mio volere. Ascoltatelo!”. Lo lodiamo, lo glorifichiamo e lo esaltiamo, in quanto buono e Amico degli uomini. Abbi pietà di noi, secondo la tua grande misericordia (Dossologia della Trasfigurazione).

Durante la Quaresima, la Chiesa copta ortodossa non legge il Vangelo della Trasfigurazione (lo legge però nella Cinquantina pasquale). Tuttavia, durante la settimana appena trascorsa (dal 22 al 24) i copti hanno celebrato il digiuno dei Niniviti o digiuno del profeta Giona, un periodo liturgico, molto sentito dai copti, mutuato dalla Chiesa siro-ortodossa, che commemora i tre giorni in cui Giona stette nella balena e i tre giorni di digiuno e penitenza (secondo la LXX; il TM parla di quaranta giorni) compiuti dagli abitanti di Ninive. Per i Cristiani, questi tre giorni sono una prefigurazione dei tre giorni che Cristo trascorse nel sepolcro, come Gesù stesso profetizzò (Mt 12,39-41), ma anche una tipizzazione in miniatura della Quaresima, della Passione e della Resurrezione. Infatti, questo digiuno inizia due settimane prima dell’inizio della Quaresima, di lunedì. Il quarto giorno, il giovedì, è chiamato la “Pasqua di Giona”.

Trasfigurazione e conversione sono strettamente interconnesse. I termini greci alla base di questi due processi spirituali contengono il prefisso metá- che indica un “al di là”, una trasformazione profonda. Il termine greco per “trasfigurazione” è metamórphosis, che significa, letteralmente, “cambiamento di forma o aspetto”. In campo biologico, metamorfosi è quella che compiono, ad esempio, i lepidotteri: la farfalla, prima di trasformarsi nella sua forma matura – ovvero in ciò per cui è stata creata – e di potersi mostrare nel suo splendore, e vivere pienamente, deve passare per una serie di contorcimenti faticosi per potersi disfare di un certo numero di involucri. Il termine greco per “conversione” è metánoia, “cambiamento di noûs, di mente” non nel senso di un semplice cambiamento di opinione (sebbene spesso sia un vero miracolo!), quanto piuttosto del modo di vedere tutta la realtà e di vivere la vita. È un riorientare radicalmente la vita al Signore, alla luce di ciò per cui siamo stati creati: vivere della vita di Dio, amare, compiere la volontà di Dio per noi, diventare sempre di più simili a lui. È interessante, comunque, che anche in italiano un’accezione possibile del termine “convertire” sia “trasformare”: convertire una moneta, un file, ad esempio. San Paolo lega i due termini quando scrive: “Compite una metamorfosi di voi stessi, rinnovando il vostro noûs” (Rm 12,2). Dunque, conversione e trasfigurazione viaggiano parallelamente, e sono etimologicamente legate da un radicale movimento di metamorfosi interiore. Con la conversione ci umiliamo; con la trasfigurazione siamo innalzati da Dio: “Chi si umilia sarà innalzato” (Lc 18,14). Questa metamorfosi ha anche una sua visibilità esteriore. Spesso, un volto luminoso e pacificato, degli occhi limpidi e puliti ci rivelano l’intensità con la quale una persona vive la sua conversione. 

Sull’“alto monte”, anche Cristo ha estrinsecato una metamorfosi in parallelo con un altro movimento trasformazionale: non già una conversione, della quale colui che è senza peccato non aveva bisogno, ma la sua kénosis, o “svuotamento”. Cristo si trasfigura alle soglie del punto più basso di questo svuotamento, poco prima della Croce. Proprio allora, egli si è rivelato in maniera sovrannaturale per quello che è, ovvero Dio nella carne, “assumendo la forma che gli è propria”, come teologicamente la dossologia copta traduce il termine metamórphosis. San Pietro scrive tempo dopo, parlando dell’evento straordinario della trasfigurazione: “Siamo stati testimoni oculari della sua magnificenza” (2Pt 1,16).

Quanto a noi, la nostra personale metamorfosi/metanoia non inizia con uno svuotamento, per quanto nobile possa essere, ma nel momento in cui ci è dato di contemplare la gloria di Dio, in un incontro decisivo con il Signore che sconvolge radicalmente la nostra vita e nel quale egli si rivela come amore. Solo allora, facendo continuamente memoria di quell’incontro, la nostra metanoia sarà genuina e la nostra ascesi risposta dinamica all’amore di Dio, e non autoesaltazione farisaica. Solo dopo il nostro Tabor personale, saremo capaci di compiere gradualmente la nostra personale kénosis, portando la nostra croce e morendo al nostro io decaduto. Allora, per grazia, muteremo verso ciò per cui siamo stati pensati fin dal principio della creazione, in tensione continua verso quella somiglianza di Dio realizzata pienamente in Gesù Cristo. Questa nostra metamorfosi non si arresterà mai, neanche nell’aldilà. Lì, continueremo a trasformarci secondo l’icona gloriosa del Padre che è Cristo, “di gloria in gloria, così come ci è dato dallo Spirito del Signore” (2Cor 3,18).

un monaco del deserto