Per essere dove Cristo è


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Photo by Lÿv on Unsplash
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Esultate per il Signore, Principati, Troni, Dominazioni e Potenze. Cantate: “Alleluia!”. Davvero, infatti, Cristo è asceso ai cieli. È asceso in alto, ha reso prigioniera la prigionia, ha distribuito doni preziosi agli uomini (Sal 67,19). Tutte le Potenze dei cieli, chinatesi a lui, lo hanno adorato. I celesti e i terrestri gli hanno offerto lodi e benedizioni. Benedetto sei tu, o vero Re, in mezzo alla tua creazione, tu il Potente e il Vincitore, il Giudice del giorno del giudizio. A te la gloria e la gratitudine, o vero Dio, poiché hai inviato la tua grazia sui tuoi apostoli, lo Spirito Santo, come lingue di fuoco, nella stanza superiore di Sion, e li hai colmati della tua potenza. I cieli e la terra cantano insieme perché i terrestri sono stati posti al di sopra di tutte le creature. Il Signore è apparso sulla terra e ha camminato insieme agli uomini, lui che non ha smesso di essere Dio. E ora crediamo, noi fedeli, alla tua ascensione ai cieli, alla tua sessione alla destra di Dio, o Gesù Taumaturgo (Psali adam e batos per i dieci giorni tra le feste dell’Ascensione e di Pentecoste)

I testi liturgici copti sottolineano che l’Ascensione significa innanzitutto che il Figlio di Dio è ritornato definitivamente alla gloria che è sua fin da prima che il tempo fosse, in quegli spazi-non-spazi rappresentati dal “cielo” e dalla “destra del Padre” che esistono prima che lo spazio fosse. Dopo la kénosis (svuotamento) dell’incarnazione, Cristo torna a sedersi alla destra del Padre, nel senso che rivela ai discepoli quella plérosis (pienezza) kyriologica, al contempo divina e regale, che è da sempre sua insieme al Padre e allo Spirito: “In lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9).

L’Ascensione, tuttavia, come tutto ciò che Cristo ha compiuto nella carne, riguarda soprattutto noi. Ciò è particolarmente evidente dallo stretto legame che unisce l’Ascensione con la Resurrezione e l’Incarnazione. Il mistero della vittoria della Resurrezione sembra essere rivelato con una diversa modalità attraverso l’Ascensione. Due elementi sembrano avvalorare questa percezione. Innanzitutto, l’Ascensione è preludio della Pentecoste, secondo la promessa di Cristo: “È bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi” (Gv 16,7). Eppure, già la sera stessa della domenica della Resurrezione, gli Apostoli ricevono dal Risorto lo Spirito Santo, soffiato su di loro (cf. Gv 20,21). Allo stesso modo, quando il Risorto incontra Maria di Magdala, le dice di non toccarlo perché “non sono ancora salito al Padre” (Gv 20,17). Questi due momenti sembrano indicare che Cristo sia asceso due volte al Padre: una volta in modo misterioso e nascosto tra il momento della Resurrezione e la sera della domenica, nel corso della quale egli si fa toccare (cf. Lc 24,39) e dona lo Spirito; e un’altra, pubblicamente, davanti agli Apostoli, dopo quaranta giorni. L’Ascensione, dunque, giunta dopo una nuova “Quaresima”, può essere considerata come il sigillo su una nuova realtà inaugurata da Gesù già con la Resurrezione. Questa nuova realtà è data dal fatto che egli non è semplicemente ritornato in vita come quando si “risveglia” una persona data per morta. Egli, che è la Vita stessa, è ritornato in questa dimensione con un corpo nuovo, dunque portando con sé una

realtà nuova, sconosciuta alla terra, una realtà superiore a quella biologica nella quale la morte non ha più alcuna pretesa. San Paolo non solo dice che “egli non muore più” ma specifica: “la morte non ha più potere su di lui” (Rm 6,9). In questa realtà, la materialità, ambiente nel quale noi ora viviamo e agiamo, si modula in modo inconsueto. Il corpo del Risorto possiede dunque potenzialità che il nostro corpo decaduto non conosce ancora. Allo stesso tempo, va sottolineato un fatto importantissimo per noi: il Risorto non è uno spettro. Con la Resurrezione, Cristo non si disincarna, non abbandona la nostra umanità. Al contrario, continua a possedere un corpo reale, che mangia e beve, quello stesso corpo che egli ha ricevuto dalla Vergine Maria e che ora egli ha trasformato.

E questo ci ricollega al mistero dell’Incarnazione. Così come Dio “ci ha fatto risorgere con lui [Cristo]” (Ef 2,6), allo stesso modo con lui “ci ha fatto sedere nei cieli” (ibid.). Che cosa significa? Significa che è con la nostra umanità rinnovata e trasfigurata dalla Resurrezione che Gesù, “primizia di coloro che si sono addormentati” (1Cor 14,20), entra nella gloria, penetrando “al di là del velo del santuario” dei cieli, come “precursore” per noi (cf. Eb 6,19-20). Dio non ha atteso che noi tentassimo inutilmente di “salire” verso di lui. Ma nel suo amore è “sceso” a prenderci per portarci dove lui è. Infatti, così come l’Incarnazione ha portato Dio a con-discendere verso l’umanità, unendosi a noi nella nostra carne, così l’Ascensione ha portato la nostra umanità ad ascendere verso Dio, unendoci a lui e alla sua divinità per mezzo di quella stessa carne. Come scrive Tertulliano, alludendo a 1Cor 1,50, ora “carne e sangue […] saranno capaci di ereditare il Regno di Dio” (De res. carnis 50). Nulla ci separa più dal cielo, spalancato da Dio nell’Incarnazione e lasciato aperto da Cristo nell’Ascensione. Poiché, infatti, in virtù della carne con cui Cristo si è unito a noi, abbiamo acquisito, per grazia, la possibilità di essere dove Cristo è: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,3). Ora attendiamo che quel Salvatore asceso ai cieli torni di nuovo nello stesso modo in cui è asceso (cf. At 1,11), affinché la nostra vita nuova nascosta con Dio in Cristo (cf. Col 3,3) sia rivelata in noi in tutta la sua pienezza e bellezza.

Un monaco del deserto