Memoria dei morti

 

Ma mi sia permesso di dire alcune parole che riguardano soprattutto la nostra vita monastica. Lo faccio raramente ma oggi credo sia mio dovere farlo. La morte è inscritta nella nostra vita monastica in un modo particolare e proprio. Quando abbiamo accolto la parola di Gesù che ci invitava a fare spazio al dono del celibato (cf. Mt 19,12) e abbiamo acconsentito a questa parola, noi abbiamo offerto la nostra vita, abbiamo dato il nostro corpo al Signore e per sempre. Noi lo dimentichiamo nel passare dei giorni, ma la nostra vita è vita data, è vita offerta per sempre, già nel battesimo ma soprattutto nella nostra professione, che è sviluppo e conferma della grazia battesimale. La nostra vita è talmente data a Dio che noi non diamo vita ad altri, non diamo vita a dei figli. Questo inscrive la morte nella nostra carne, nel nostro corpo, e solo chi è stolto non si accorge di questo presenza del segno di morte, della non fecondità nella sua vita. Non solo, la nostra vita è segnata dalla solitudine, una solitudine che la vita comune non può negare e neppure attutire, perché il celibato significa una distanza, una rottura che portiamo nel nostro quotidiano come una ferita mai rimarginata. Inoltre, la nostra vita termina con noi stessi: non ci sono per noi degli eredi, non ci sono dei figli, e così ci sono vietate le immagini di una nostra sopravvivenza dopo la morte. Sappiamo infine anche intravedere la solitudine della vecchiaia e dell’ora della morte, quando ogni uomo muore solo, ma noi monaci moriamo soli in modo particolare.

Tutto questo ci deve spingere a fare dono di noi stessi oggi, a non pensare di poter donare qualcosa nel futuro. Noi non potremo farlo domani: ciò che doniamo di noi stessi, della nostra vita, lo dobbiamo donare oggi, spendendo oggi la vita per i fratelli, con una densità, una forza e un coraggio particolari, perché non potremo farlo domani, lavorando e lasciando qualcosa a qualcuno. Non è in questo modo più comprensibile la parola di Gesù: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; chi invece perderà la propria vita, la salverà» (cf. Mc 8,35 e par.)? E questo nella luce della fede, che non ci permette di pensare al dopo la morte se non nella speranza di «essere sempre con Cristo» (cf. 1Ts 4,17).

Nessuno scoraggiamento dunque, nessuna negazione del presente, anzi un amore accresciuto per questa terra, per la nostra vita, per quelli che amiamo, per quelli con cui viviamo e in mezzo ai quali siamo, tenendo l’orizzonte della croce che nel crocifisso è dono, vita, fecondità. Forse così riusciremo anche a innestare la morte nella vita degli uomini e delle donne della società contemporanea. Forse così riusciremo a reagire contro una cultura della morte che sembra sempre più dominante. Forse così noi monaci, che cerchiamo di ascoltare molto gli altri – e gli altri ci parlano soprattutto quando soffrono e piangono a causa della morte –, saremo più capaci di dire e di consegnare loro una parola che contiene una luce.

Nessun fascino della morte, nessuna rimozione della morte contraddistingue la via cristiana. Questa memoria dei morti ci aiuti a vedere i morti certamente in comunione di vita con noi, ma anche a vedere la morte come un esodo verso Dio, il nostro Dio che «non è un Dio dei morti ma dei viventi» (Mc 12,27 e par.).

Enzo Bianchi

OMELIE DEL PRIORE ENZO BIANCHI 

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