Domenica in Albis

 

Non c’è bisogno di ricordare tutte queste parole guardando il corpo del Cristo glorioso: le ferite di quel corpo, le stigmate di Gesù, queste sono assolutamente necessarie per riconoscere Gesù in modo non parziale ma autentico. Proprio queste ferite ci chiedono di riconoscere che Gesù è certamente il Figlio di Dio, ma che ha conosciuto una vita umana soggetta alla sofferenza, alla passione, alla morte.
I discepoli dunque si rallegrano nel vedere il Signore, ma quella gioia è nient’altro che l’adempimento della promessa fatta da Gesù nell’ultima cena: «Tra un po’ non mi vedrete più, poi mi rivedrete, perché io verrò a voi e allora sarete nella gioia» (cf. Gv 16,17.22). Ma tra quei discepoli manca Tommaso, il quale nel quarto vangelo è presentato soprattutto come colui che è, per così dire, morsicato dal bisogno di vedere l’esito della sequela di Gesù, di vedere la fine. Noi diciamo che Tommaso è incredulo, ma forse non è neanche vero: è semplicemente un credente come siamo noi, che vogliamo vedere la fine. Vi ricordate che, al momento della resurrezione di Lazzaro, nell’ora in cui Gesù decide di andare da Lazzaro morto nonostante l’ostilità dei giudei, Tommaso dice: «Andiamo a morire con lui» (Gv 11,16). Durante l’ultima cena, poi, Gesù dice che sta per andarsene e Tommaso vuole sapere dove va, vuole sapere la mèta (cf. Gv 14,5). Allora Gesù gli risponde: «Io sono la via» (Gv 14,6). «Io sono la via»: prima di tutto bisogna imboccare questa via dietro a Gesù e non pretendere di conoscere come andrà a finire la sequela. Non è vero che per conoscere la via occorre conoscere la mèta: questo è ciò che pensa Tommaso e che pensiamo anche noi. Per andare dietro a Gesù occorre invece percorrere la sua via, la sequela, il cammino che lui ha percorso. Prima viene la sequela, la strada, non la conoscenza della mèta e neppure la conoscenza delle tappe. Dove è stato Gesù saremo anche noi, ma in quale situazione non possiamo assolutamente saperlo.

Ebbene, nell’ottavo giorno dalla resurrezione di Gesù Tommaso è presente, sempre caratterizzato dal suo slancio per conoscere la mèta. Gesù si presenta e gli offre semplicemente, ancora una volta, il cammino. Gli presenta le sue piaghe, gli presenta le sue stigmate, e solo davanti a quelle stigmate Tommaso cade in ginocchio – non dimentichiamolo – cade in ginocchio, adora, e fa la confessione più decisiva e più chiara di tutto il Nuovo Testamento. Mai nel Nuovo Testamento Gesù è proclamato chiaramente Dio, se non qui, dove Tommaso gli dice: «Mio Signore e mio Dio!». Ecco, è molto importante che questa sera noi comprendiamo che la sequela, il cammino, senza sapere dove noi saremo portati, è la via che Gesù ci propone.