Natività di S. Giovanni Battista

 

E per dire che sin dal grembo materno Giovanni riconosce il Veniente ormai venuto, Giovanni danza, sussulta nel grembo di sua madre, oserei dire per istinto, non certo perché abbia una conoscenza razionale; ma per quell’istinto che pur tuttavia c’è nell’uomo, essere vivente, Giovanni danza, suggerendo alla madre di benedire chi è ormai presente anche se non visibile. Il ministero del discernimento della presenza – dice la nostra Regola – è un ministero essenziale. Non a caso nel prologo la nostra Regola dice che sta nella nostra vocazione esercitarsi di fronte al mistero della divina presenza, è essenziale nella vocazione monastica, e io l’ho detto e l’ho scritto più volte. E se è vero che nostro compito – come dice Benedetto – è «revera Deum quaerere» (cf. RBen 58,7), allora noi cerchiamo Dio come tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle cristiane, ma in un modo che è nostro e specifico, anche se non è esclusivo. Noi cerchiamo Dio che è dappertutto, lo cerchiamo – come dice sempre il prologo della nostra Regola – «sforzandoci di credere alla presenza di Dio che è dappertutto»: presentire la presenza quando è nascosta, esultare di fronte alla presenza quando essa si manifesta, adorare la presenza di Dio fino a testimoniarla, se Dio ce lo concede, è nostro, è proprio, de re nostra agitur.

Siamo chiamati a riconoscere la presenza di Dio dappertutto, dappertutto: significa nella creazione, significa nel filo d’erba che non va strappato per capriccio, significa cercare questa presenza nel sasso su cui ci riposiamo, significa trovarla negli animali nostri coinquilini, e soprattutto riconoscere questa presenza del Signore negli uomini e nelle donne che vivono, soffrono, pregano e che il Signore ci dà da incontrare, volto contro volto, «occhio contro occhio» (Is 52,8). Si può riconoscere la presenza di Dio nei sacramenti che la chiesa ci dà, se siamo esercitati prima però a riconoscere la presenza di Dio nelle cose umane con cui i sacramenti possono essere celebrati: non avrebbe nessun senso riconoscere Dio o la sua presenza nei sacramenti, se non sappiamo riconoscerla prima in ciò che è umano, capace di farsi segno, sacramento di Dio. L’adorazione della presenza di Dio richiede molto di più dell’inginocchiarsi e del restare inginocchiati, perché il rendimento di grazie, l’eucaristia, o rende tutto l’uomo eucaristico, oppure è ripetizione vuota di un gesto senza efficacia. Ecco perché noi monaci abbiamo una economia nostra delle realtà sacramentali, nel discernere, nell’adorare, nel testimoniare la presenza di Dio in mezzo a noi, nella creazione intera, in ogni uomo. Ma questo ministero è per noi essenziale perché, o noi tendiamo ad essere le sentinelle che sulle mura di Gerusalemme gridano giorno e notte al Signore affinché egli venga (cf. Is 62,6), oppure siamo gente che vanta funzioni che poi non sa esercitare. Come si può diventare voci di tutte le creature nella lode – come cantiamo nel quarto canone eucaristico – e poi non riconoscere la presenza di Dio proprio in tutte le creature, animate e inanimate, intelligenti e insipienti, domestiche e anche feroci? Come Giovanni, capace di sentire la presenza di Dio in una gravidanza, nient’altro che una gravidanza; eppure questo ha fatto sì che lui riuscisse a udire la voce dello sposo (cf. Gv 3,29), a udirla come presenza, in modo da poter preparargli un cammino, aprirgli una strada.