Memoria dei morti

 

Gesù nell’annunciare questa volontà del Padre ci rivela anche, o meglio ci spiega, che “chiunque vede il Figlio e crede in lui ha la vita eterna”, chiunque, ogni uomo che vede il Figlio. Questa però non è una visione teologico-dogmatica: vedere il Figlio significa vedere Gesù in Dio e Dio in Gesù, significa riconoscere Gesù come l’“exeghésato” (Gv 1,18) di Dio, significa vedere l’uomo Gesù, l’uomo vero, il vero Adamo venuto dopo (cf. 1Cor 15,45) ma in Dio fin dall’in-principio. Chiunque vede quest’uomo e vi aderisce ha la vita eterna. La nostra vita è una trama di incontri, di relazioni, di affetti vissuti, corrisposti, non corrisposti e non accolti, ma ciò che resta dei fili di questa trama è il vedere l’uomo, l’uomo autentico come Dio l’ha voluto, creato e amato (cf. Col 1,15-17), e aderire a lui, cioè renderlo ispirante per la nostra vita quotidiana. Per tutti c’è un unico cammino di salvezza, per tutti c’è una vittoria sulla morte e una vita eterna che si ha quando si vede quest’uomo – “Ecce homo!” (Gv 19,5) – e si aderisce a lui.

In questo c’è anche una comunione tra i vivi e i morti, quella comunione che è possibile credere e sperimentare solo in Gesù risorto, colui che ci ha narrato Dio, colui che per noi è il Dio che vuole la salvezza. 

ENZO BIANCHI

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