Giovedì santo


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Noi dobbiamo chiederci se siamo capaci di discernere il corpo di cui facciamo parte, il corpo comunitario, il corpo di coloro che vivono accanto a noi, il corpo degli ultimi, dei bisognosi, dei peccatori. Noi certamente ripetiamo l’eucaristia, la celebriamo con attenzione e cura, ci esercitiamo alla necessaria ars celebrandi, ma poi non vediamo il corpo reale di Cristo: affamati, prigionieri, nudi, malati, stranieri, perseguitati, dimenticati (cf. Mt 25,31-46). Insomma, peccatori – non dimentichiamo questo – peccatori, in modo diverso sempre bisognosi.

Se Gesù ha detto – lo abbiamo sentito – consegnando il pane: “Il mio corpo è per voi (hypér hymôn)” (1Cor 11,24), noi dovremmo saper dire lo stesso: “Il mio corpo, tutta la mia esistenza è per voi”. Dovremmo dire al fratello: “Il mio corpo, la mia esistenza è per te, perché il mio corpo è la mia vita”. Ecco, è il corpo che è la via di Dio, non ci sono altre di vie né per noi per andare a Dio, né per Dio per venire a noi. E quando dico che il corpo è la via di Dio, intendo il mio corpo, il corpo dell’altro, il corpo che è la chiesa: tutta questa realtà è il corpo di Cristo. Il culto spirituale, la loghiké latreía (Rm 12,1), secondo l’Apostolo, è un culto nel corpo e per il corpo: il mio corpo per il corpo degli altri, come il corpo di Cristo è per il nostro corpo. Ricordate 1Cor 6,13: “Il corpo è per il Signore”, ma anche “il Signore è per il corpo”. Il Signore è a servizio del corpo, corpo che è la chiesa, corpo che sono io, corpo del fratello. Essere cristiani significa proprio capire che Dio ha potuto dirci in Gesù: “Il mio corpo è per voi, il mio corpo è per voi”. Ecco che cosa significa riconoscere il corpo di Cristo per mangiare degnamente il pane che è il suo corpo. La liturgia cristiana si realizza non nella celebrazione e non si esaurisce nella celebrazione. La celebrazione non è mai il fine, il culmine del nostro culto a Dio. Il culto spirituale (loghiké latreía) o il sacrificio spirituale (pneumatiké thysía: cf. 1Pt 2,5) si vivono e si realizzano nella vita quotidiana, nel nostro rapporto quotidiano con gli altri: questa è la consapevolezza, una vera comprensione non intellettuale, non gnostica dell’eucaristia.