Liturgia funebre di fr. Edoardo

 

Ma dopo aver confessato le parole di Gesù, possiamo anche leggerle nella vicenda di Edoardo, in quest’ora pasquale in cui lui, qui in mezzo a noi, celebra il suo esodo da questo mondo al Padre. Perché non siamo noi che celebriamo il suo funerale, è lui il vero celebrante di questa eucaristia e celebra il passaggio da questo mondo al Padre, lo celebra in Cristo morto e risorto. Più che mai Edoardo muore con Cristo, è sepolto con Cristo e risuscita con lui per la vita eterna (cf. Rm 6,4; Col 2,12).

Ricordiamolo. Edoardo era in ricerca di un Dio umano e approdò a Taizé, incontrando fr. Roger nel 1966. Fr. Roger mandò lui e Bruno Dente – che non può essere qui, ma che ho sentito ieri sera, suo amico, anche lui in ricerca – a trovarmi a Torino, in via Piave. Vennero un mattino di novembre e confrontarono le loro attese con le mie, che ero ormai già da un anno qui a Bose. Io offrii loro Bose, e l’anno successivo, il 1967, Edoardo venne solo a passare qualche giorno a Bose. Abbiamo una fotografia in cui è a tavola nel cortile della comunità davanti a quella cappellina in cui per anni ha pregato e dove fino a stamattina ha riposato il suo corpo. Poi il silenzio, la lontananza, ma improvvisamente nel settembre del 1969 venne. Ero solo ed ero a imbottigliare la mostarda nella stanza attualmente chiamata Cana. Disse con la sua arguzia: “Per poter mangiare questa marmellata occorre diventare monaci di Bose? Io ho deciso di venire”. E dopo qualche mese giunse anche lui, il terzo fratello dopo Domenico e Daniel. Dio l’aveva dato al Figlio, affinché lo seguisse nella vita comune, tentando di diventargli conforme.

Edoardo era di condizione nobile, ricca, di una famiglia prestigiosa, e spogliò se stesso, conoscendo la povertà, la fatica, il duro mestiere di vivere, nella diffidenza della chiesa e senza nessuno che fosse un appoggio e un sostegno. Conobbe il freddo di Bose, la mancanza di tante cose essenziali, non superflue, e mai si lamentava. Nella sua discrezione a volte ha anche sofferto, senza mai esternare le sue fatiche, ma dicendo sempre la sua obbedienza, anche quando l’obbedienza gli costava e anche quando era molto contraddetto nella vita comune. Edoardo non vuole che noi parliamo di lui e noi lo rispettiamo, ma è nostro dovere dire che è stato un monaco fedele, perseverante fino alla fine nella vocazione monastica e nella comunità, qui a Bose, poi in Israele, poi di nuovo qui a Bose fino alla morte. Era un uomo fedele, e per il Vangelo è soltanto questo che è decisivo. I peccati Dio li perdona e li dimentica: ciò che chiede è semplicemente la fedeltà, la perseveranza, la vicinanza non a parole, non con promesse, ma chiede quella postura che nella chiesa si chiama stare in medio, “stare in mezzo”, stare in mezzo ai fratelli senza venire meno. Alla sua fedeltà Gesù risponde con la fedeltà, chiamandolo dove lui è e per darlo al Padre come una vita offerta. Un monaco fedele, perseverante, che ha detto anche il suo “amen” a Dio che lo chiamava per prenderlo nelle sue braccia; lo ha detto a fatica, non è stato per lui facile affrontare questa morte, in una pienezza di vita, ma ha saputo poi dirlo. È il primo fratello della comunità che se n’è andato. Per tutti noi sia lezione e consolazione.