Memoria dei morti

 

Cerchiamo perciò di comprendere queste parole apostoliche. Innanzitutto il cristiano non muore da solo, perché proprio nell’immersione del battesimo muore con Cristo (cf. Rm 6,4; Col 2,12). Lo sappiamo: essere sommersi dalle acque del battesimo, semplicemente un segno, significa in verità morire alla vita mondana, far morire il nostro io che vuole vivere a ogni costo, senza gli altri e contro gli altri. Operazione, questa, che da soli non possiamo fare, ma che è possibile fare con Cristo, perché lui ci ha preceduti nella morte e lui ci starà accanto come compagno inseparabile nel nostro morire. Ogni cristiano nel battesimo muore con Cristo – è l’insegnamento di Paolo –, ma è anche vero che ogni giorno continua a morire nella misura in cui si conforma a Cristo, tentando, tentando (non di più!), di vivere la sequela del Signore. Dunque, la morte sta davanti a noi non come un evento di solitudine, ma come un evento di comunione. Se il Signore è stato con noi nella vita, ogni giorno, da quanto siamo nati fino a ora, e di questo abbiamo fatto esperienza nella fede, potrà forse abbandonarci nella morte? Non dimentichiamo che è questa domanda che ha fatto nascere la fede nella resurrezione nell’Antico Testamento, da parte dei nostri padri ebrei. E quindi noi ci facciamo la domanda, ma conoscendo la risposta: potrà forse il Signore Gesù Cristo non essere presente nella nostra ora pasquale?

Ma noi abbiamo anche un’altra convinzione riguardo al commoriendum. Nella nostra vita ci sono stati accanto i santi, quei santi che abbiamo amato, che ci sono stati di riferimento e di esempio, che ci sono stati amici. Anche loro saranno convocati accanto a noi nell’ora del nostro esodo e ci scorteranno, ci prenderanno per mano, e così la nostra morte sarà un pellegrinaggio carico di preghiera, una vera processione liturgica verso Dio.