Memoria dei morti

 

E infine la vocazione ad commoriendum indica anche la dimensione della comunione fraterna: siamo chiamati a morire insieme, non solo a vivere insieme. Vita comune, vita di comunione, morte in comunione. Sì, il Signore ci ha fatto per ora questa grazia: tutti quelli che sono morti qui nella nostra comunità sono morti non nella solitudine ma nella nostra comunione fraterna; hanno avuto accanto a sé noi che li abbiamo accompagnati nella malattia e fino all’ultimo, nella morte. Possiamo dire che il Signore ci ha fatto la grazia di vivere la fraternità anche nella morte.

Ecco il completamento della nostra vocazione, anche nella morte. Questo costituisce un impegno a esercitarci a morire in comunione, amando gli altri e accogliendo l’amore degli altri. Vorrei dire soprattutto: accogliendo l’amore degli altri. Perché amare gli altri, non foss’altro per protagonismo, tentiamo di farlo tutti i giorni. Accettare invece l’amore degli altri e crederci, è molto più difficile. E forse il cristiano ha fede nella misura in cui crede all’amore degli altri verso di sé, non semplicemente perché ama gli altri. Non è forse la prima esperienza nella fede quella di un amore passivo e di credere all’amore di Dio per noi (cf. 1Gv 4,16)? Questo ci salva molto di più che i nostri protagonismi di amore, sovente falsi, sovente indirizzati male, sovente confusi con sentimenti ed emozioni che non sono un vero amore. Ma da parte degli altri vi è anche un impegno: l’impegno, per chi resta, a partecipare all’evento della morte in modo che non sia di solitudine e di abbandono.

Così facciamo memoria dei nostri morti, sapendoli in comunione, perché neanche nella morte ci hanno lasciati soli e noi non li abbiamo lasciati soli. La nostra vocazione cristiana, e per noi monastica, si completerà nella morte. La morte non sta fuori della vocazione: ne faremo un atto e un evento di comunione.

Bose, 2 novembre 2013
Omelia di ENZO BIANCHI