Desiderare altro

DESIDERARE ALTRO                                       di Daniela Larentis

La parola «desiderio» può rimandare banalmente, di primo acchito, alla scena del bambino con le dita e la bocca sporche di marmellata o a qualche altra accattivante immagine che ha a che fare con la trasgressione, pensiamo per esempio al mito di Adone, la cui madre, Mirra, un bel giorno si trovò a desiderare niente meno che suo padre Cinira, re di Cipro. Tanto fece che, a farla breve, con l’aiuto della vecchia nutrice (la madre pare che avesse fatto voto di castità) riuscì ad unirsi carnalmente più volte a lui, ponendo un’unica condizione e cioè quella di non farsi riconoscere. Però il padre a un certo punto divenne curioso e scoprì che la giovane amante altri non era che la propria figlia, così, in preda a una sconfinata rabbia, la rincorse con la spada per ucciderla. Quando la raggiunse lei, grazie all’aiuto degli dei, era già bella che trasformata in un albero, ma il padre non si fermò e dalle ferite inferte nel tronco uscì una resina profumata, la mirra appunto. Nove mesi dopo, dalla corteccia uscì niente meno che Adone, il celebre giovanotto di cui si innamoravano tutte le donne, il frutto di un desiderio incestuoso. Miti greci a parte, vien da dire che il desiderio sia molto più di questo. Finché si desidera ci si sente vivi, questo è un dato di fatto. Solo i morti non desiderano più nulla. Ma che senso diamo a questo termine che racchiude molti significati, che cosa ci ricorda? E chi lo sa, a noi per esempio fa venire in mente le parole del poeta libanese Kahlil Gibran, il quale a proposito del desiderio scrisse in «Sabbia e schiuma» che «tra ciò che un uomo immagina e ciò che realizza vi è uno spazio che solo il suo desiderio può attraversare», un pensiero che la dice lunga. Verrebbe da aggiungere che sarebbe saggio ascoltare sempre con grande attenzione la chiamata dei propri bisogni, dei propri desideri più profondi, cercando di assecondare le proprie attitudini, coltivando i propri talenti, rinunciando, al contrario, a imboccare spesso la via più comoda o quella che si ritiene essere l’unica percorribile al momento. C’è un interessante pubblicazione che parla proprio di desiderio, un libro intitolato «La forza del desiderio» di Massimo Recalcati (Edizioni Qiqajon). «L’etimologia di questa parola» scrive l’autore a pag. 7 «viene da Giulio Cesare, il quale nel “De bello gallico” dice che “desiderio” viene da “desiderantes”», ossia «i soldati sopravvissuti al campo di battaglia: sotto un cielo stellato attendono i propri compagni ancora impegnati nella battaglia, a rischio morte». Come viene definita qualche riga più avanti «una strana e potente immagine», potente perché «mette in rilievo alcune dimensioni fondamentali dell’esperienza del desiderio: quello dell’attesa…». Il fattore «attesa» pare sia proprio fondamentale, questo discorso vale ancora di più in un mondo «veloce» come il nostro, dove non si fa tempo a desiderare qualcosa che già l’attenzione si sposta su qualcosa d’altro. Come viene fatto notare a pag. 40, «il desiderio umano – è questa la dimensione più infernale – è sempre desiderio non dell’altro (chiamata, domanda di amore, domanda di presenza), ma desiderio d’altro, di altri oggetti, inquietudine: quello che ho non è mai sufficiente, non è mai abbastanza». Come dare torto all’autore? Basta guardarsi intorno per rendersene conto, non si è mai soddisfatti di nulla e si è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo per colmare il vuoto che alberga nel cuore di ognuno. Tutto ciò che è nuovo pare esercitare un potere immenso (pag. 40): «Il discorso in cui tutti noi siamo inscritti oggi enfatizza il potere seduttivo del nuovo: la nuova sensazione, la nuova esperienza, il nuovo oggetto tecnologico, il cambio di partner… La sirena del nuovo tocca un punto della struttura del desiderio, cioè che il desiderio umano non si accontenta mai, tende sempre all’al di là di ciò che ha». Non sempre il nuovo è meglio di quello a cui siamo abituati, pensiamo alla frutta, per esempio. Stufi di mangiare «la solita mela» alcuni iniziano a comprare frutta proveniente da ogni angolo del mondo, senza tener presente che al di fuori dell’Unione Europea la regolamentazione dell’agricoltura può essere molto differente (in alcuni Paesi, per esempio, vengono ancora utilizzati diserbanti e insetticidi particolarmente nocivi). A proposito della «seduzione del nuovo», il problema è che cambiando gli oggetti del desiderio l’insoddisfazione poi sembrerebbe rimanere più o meno la stessa; questo è un aspetto che viene ricordato nel testo e che dovrebbe far riflettere. A pag. 43 un pensiero colpisce la nostra attenzione: «Ma dobbiamo stare attenti a distinguere il rapporto del desiderio con il suo oggetto dal desiderio in sé. Ci sono in effetti rapporti che a volte finiscono, che si interrompono, che non hanno più linfa vitale. Non parlo solo dei rapporti sentimentali tra uomo e donna, mi riferisco anche ai rapporti con un lavoro. «Qui dobbiamo però fare attenzione: è l’oggetto che è decaduto, ma perché il desiderio chiede una meta più coerente con la sua spinta. Il problema quindi non è tanto lavorare sugli oggetti. La grande illusione del nostro tempo è che sono gli oggetti che danno la felicità. Hai un partner con cui non va? Cambia partner! C’è uno psicoterapeuta con cui non va? Cambialo! C’è una scuola che non va? Cambia scuola! Siamo in un tempo in cui sembra che la felicità dipenda dall’oggetto e che cambiando l’oggetto si possa essere felici». Il desiderio d’altro può essere anche inteso in maniera differente, come un atteggiamento, un’apertura mentale che diventa opportunità di crescita. Il desiderio è un po’ il motore che muove il mondo. Come viene evidenziato a pag. 43 «finché c’è desiderio, c’è vita. Il desiderio allunga la vita. Nella misura in cui il desiderio ci attraversa, dilata l’orizzonte della nostra vita. Il problema è che nel nostro tempo il desiderio è sostituito da altre cose, fosse anche l’ordinarietà ripetitiva della nostra vita. Allora, è molto difficile trovare il nuovo nello stesso, ma è quella la direzione». Alle volte si dà la colpa per aver rinunciato ai propri desideri agli altri, ai genitori, ai figli talvolta, al proprio partner, più genericamente alle circostanze, dimenticandosi che c’è sempre una responsabilità personale in tutto ciò che si fa. A pag. 47 a tal proposito leggiamo quanto segue: «Noi siamo sempre responsabili di quello che facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi» e poi viene spiegato: «La nostra responsabilità consiste nel fare qualcosa di quello che gli altri ci hanno fatto. Qui emerge una responsabilità irriducibile. «Per questo una madre non è mai il virus dell’anoressia, così come il padre non è mai il virus della tossicomania, perché tra una cattiva madre, un cattivo padre e l’anoressia, la tossicomania, c’è la mediazione del soggetto, e alla fine il responsabile è il soggetto. Ripeto, non dell’essersi provocato le ferite, perché le ferite le ha subite, ma di quale destino, quale forma soggettiva ha dato a queste ferite». E qui entriamo in un terreno davvero insidioso, qualunque cosa si dica a riguardo potrebbe risultare stonata, in quanto le dinamiche fra genitori e figli sono infinite, non si può mai giudicare una situazione dall’esterno, inoltre i genitori di un figlio anoressico o di uno che fa uso di droghe, tanto per stare ai due esempi citati da Recalcati, non è assolutamente detto che siano cattivi genitori (anche se gli esempi vanno contestualizzati). Da non «addetti ai lavori» verrebbe da dire, scollegandoci da questo discorso, che i genitori non dovrebbero mai covare l’insano desiderio di progettare la vita dei figli, coprendoli di aspettative (le quali il più delle volte non potranno che essere disattese) e trascinandoli dentro i propri sogni. Ognuno ha il sacrosanto diritto di avere un proprio desiderio, il desiderio che si merita. Ma è più facile a dirsi che a farsi…

Daniela Larentis – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.