Un cammino liberante


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Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli
Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli

27 febbraio 2020
Lc  9,22-25 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 22«Il Figlio dell'uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
23Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. 24Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. 25Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?


Siamo all’inizio del cammino quaresimale, cammino nel quale, ancora una volta, siamo invitati a fare ritorno, a convertirci, ovvero a ridurre, almeno un po’, la distanza tra i nostri pensieri e quelli di Gesù Cristo, le nostre vie e quelle del Padre che pazientemente attende il nostro ritorno a casa.

Nel brano evangelico di oggi Gesù fa proprio questo accostamento tra la via che lui deve percorrere (via di passione, sofferenza, rifiuto, morte ma anche di resurrezione) e la via di coloro che vogliono (e quindi per amore e nella libertà scelgono di) stare dietro a lui, camminare sulle sue tracce, conformare la propria vita alla sua.

Ecco allora che le tre radicali esigenze poste da Gesù a quelli che decidono di stare alla sua sequela si illuminano di una luce nuova e non solo perdono quel tono un po’ masochistico e paradossale di cui sembrano essere rivestite ma diventano anche sensate e cariche di vita.

Rinnegare se stessi, prendere la propria croce ogni giorno, perdere la propria vita: questi sono aspetti di quel movimento che il Figlio stesso, venendo nel mondo, ha assunto su di sé per donarci la vita.

Che altro significa infatti “rinnegare se stessi” se non compiere quel passaggio dal possesso geloso al dono di sé, come fece Cristo che “pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un possesso geloso l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7)? Allora ciò che ci viene chiesto è di spogliarci del “nostro” per rivestirci di Cristo, per ritrovare in lui la nostra piena verità, per diventare figli nel Figlio.

Che cosa significa “prendere ogni giorno la nostra croce” se non amare fino alla fine, come Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi? E Gesù questo amore non lo ha narrato solo nella passione e nella morte ma lungo tutta la sua esistenza, “deponendo” ogni giorno la sua vita per coloro che incontrava, prendendo su di sé i nostri dolori e le nostre infermità, i nostri peccati e le nostre miserie.

Che cosa significa “perdere la propria vita” se non fare spazio a lui, il Signore e Salvatore, fino a dire audacemente con Paolo: “Non sono più io che vivo ma Cristo che vive in me” (Gal 2,20)?

Certo, questa che Gesù traccia per noi è un’ardua via ma è anche profondamente liberante perché radicandoci in Cristo, ricevendo da lui la vita, noi impariamo a stare nel mondo senza essere del mondo, ovvero impariamo ad amare questa vita, portandone tutte le gioie e i dolori, ma “sollevati” dall’amore di Cristo che ci libera dalle inutili zavorre di cui spesso ci carichiamo, illudendoci così di dare spessore a una vita che in realtà ha già inscritto in sé il suo senso e la sua bellezza.

In questa luce anche le piccole o le grandi rinunce di questa Quaresima possono essere un esercizio (ascesi significa proprio questo) per alleggerire il nostro “zaino”, affinché il nostro passo alla sequela di Cristo sia reso più agile e risoluto, e, come dice la Regola di Benedetto, “con il cuore dilatato nell’inesprimibile dolcezza dell’amore si corra sulla via dei comandamenti di Dio” (Prologo 49).

sorella Ilaria


I commenti al Vangelo del giorno sono proposti seguendo il lezionario del Monastero di Bose