Gioire per gli altri, con gli altri


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Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli
Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli

27 febbraio 2020
Lc 5,33-35 (Lezionario di Bose)

In quel tempo,33i farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». 34Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? 35Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno»


In questo brano Gesù impartisce a farisei e scribi un insegnamento sul digiuno che riguarda il discernimento di ciò che abita il cuore, dell’intenzione profonda che si cela dietro ogni atto, perché quest’ultima è ciò che davvero conta in un’ottica cristiana. E allora può capitare che un’identica azione – digiunare o fare del bene, del volontariato – cambi di segno a seconda dell’intento con il quale la si compie: per farsi vedere dalla gente, per apparire giusti agli occhi di se stessi e degli altri, o per altro… Questa attenzione al cuore, questo invito a scrutarsi in profondità è forse una delle caratteristiche peculiari dell’insegnamento di Gesù: avere il coraggio di guardarsi dentro è più importante dell’ascesi che nutre l’immagine di sé che si vuole conservare.

I discepoli di Gesù, a differenza dei discepoli di Giovanni, “mangiano e bevono” (v. 33), partecipano a banchetti, osservano i farisei, ed è vero. Ma Gesù fa loro notare che anche per il digiuno è necessario un discernimento delle situazioni, del contesto. Gesù e i suoi non banchettano sempre, come il ricco epulone della parabola. Ci sono però occasioni in cui non per ingordigia, ma per fare festa a un altro si impone la partecipazione a un banchetto. In questo caso si trattava della vocazione di Levi, uno che aveva detto un “no” al suo passato e aveva imboccato una via nuova: mangiare da lui non era certo per i discepoli un’occasione per gozzovigliare, ma un modo per incontrare Levi con i suoi amici, per fargli capire che era accolto. Al centro di quel banchetto non c’erano loro, ma lui.

Gioire per un altro, fare festa intorno a un altro, in una dinamica di decentramento radicale da sé, non è poi così facile come si crede, può essere considerato un’altra forma, più sottile, di digiuno, il digiuno dall’io. Si pensi al figlio maggiore della parabola di Luca 15, che non vuole entrare in casa e partecipare alla festa organizzata per il ritorno del figlio minore. Il suo astenersi dalla festa, stare fuori dal banchetto – piuttosto preferisce digiunare –, non è certo virtuoso, e lo attestano le parole che dice al padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso” (Lc 15,29-30). Queste parole svelano un cuore astioso, pieno di gelosia e di amarezza, che rende questo figlio incapace di partecipare alla festa per il fratello.

Ci sono eventi della nostra vita che vanno festeggiati, nei quali siamo chiamati ad aprire il cuore alla gioia. Lo suggerisce anche la sapienza umana: non siamo eterni, come non sono eterne le persone che ci circondano, come non è eterno lo sposo evocato dalle parole di Gesù, che qui allude alla propria morte. È una realtà, questa della morte, che non possiamo cambiare, ma quella prospettiva ci può aiutare a discernere le luci di vita del nostro oggi e a farne occasione di festa e di gioia: non per banchettare spensieratamente, ma per onorare gli altri, l’Altro che abbiamo la fortuna di avere alla nostra tavola.

sorella Laura


I commenti al Vangelo del giorno sono proposti seguendo il lezionario del Monastero di Bose