Il tutto della fraternità


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Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli
Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli

9 marzo 2020

Mt 6,7-15 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:

7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
9Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
10venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
11Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
12e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
13e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.

14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.


In questo tempo di ritorno al Signore che incessantemente ci chiama, Gesù ci consegna lo strumento che rende possibile questo ritorno: una preghiera ben precisa, capace di dire la nostra presenza all’interno di una relazione che ci “ferisce” e ci costituisce pienamente uomini e donne, autenticamente fratelli e sorelle. La preghiera del Padre nostro è ascolto, è atto mediante il quale riceviamo qualcosa che dà pace, luce, gioia, un cuore nuovo, ma sarebbe meglio dire che riceviamo qualcuno perché dal Padre noi riceviamo i nostri fratelli e le nostre sorelle. Gesù ci consegna queste parole all’interno di un lungo discorso che inizia con le beatitudini. Esse sono una luce che illumina ogni parola del discorso della montagna. Proviamo a leggere anche il Padre nostro alla luce delle beatitudini, promessa di felicità, di gioia piena.

Le beatitudini ci obbligano a volgere cuore e sguardo al futuro, non più intrappolati nelle afflizioni, e nelle ingiustizie del presente. Esse sono una promessa alla quale noi possiamo affidarci e con questa fiducia possiamo rivolgerci al Padre nostro che è nei cieli.

Sostiamo su questa invocazione: Padre nostro. Spesso preghiamo queste parole in modo meccanico, eppure cosa evoca in noi la parola “padre”? Tutti noi abbiamo una storia, un’origine, alla quale spesso si associa una ferita che ci abita. Evocare il Padre che ci ha generato significa far vibrare tutta la nostra storia passata, presente e futura. La relazione con chi ci ha dato la vita ha inciso in noi una ferita che dobbiamo imparare a portare.

Umanamente forse non esistono padri perfetti, ci sono padri presenti o assenti, ingombranti, a volte violenti, ci sono padri che non ci hanno voluto o ci hanno voluto troppo, padri che han fatto quel che potevano o che non sapevano quello che facevano, così come ci sono padri ai quali va tutta la nostra gratitudine e riconoscenza. Ogni storia è diversa, eppure tutte queste umane vicende possono trovare sintesi e compimento nella relazione con il Padre nostro che è nei cieli, colui che è perfetto nell’amore e nella misericordia. Sappiamo evangelizzare nelle nostre storie personali la relazione con chi ci ha dato la vita? Se lo facciamo, arriveremo a poter rendere grazie in ogni cosa come ci esorta l’apostolo.

Dalla nostra storia personale, infatti, deriva un bisogno costante di riconoscimento, di apparenza, di lode, ma il Padre nostro celeste ci conosce nel segreto, sa ciò di cui abbiamo bisogno, e se ci riconosciamo suoi figli amati non potremo non riconoscerci fratelli tra di noi. Noi chiediamo doni particolari per noi stessi, ma il Padre ci dona il tutto della fraternità, privilegio e dono della relazione con lui.

Si aprono così le nostre esistenze alla gioia e alla beatitudine dell’essere accanto all’altro soprattutto quando è nell’afflizione, perseguitato, affamato di giustizia, operaio della pace e del bene. Non possiamo eliminare il male e la sofferenza ma nella prossimità potremo forse dargli un senso. Pregare il Padre nostro ci immette in un relazione più ampia. In questa relazione vissuta pienamente noi invochiamo e attendiamo il suo regno promesso ai poveri in spirito e ai perseguitati. Nella relazione con coloro che sono miti, misericordiosi, operatori di pace si compie la volontà del Padre in cielo come in terra. Scopriremo così il gusto del pane di giustizia che ci è donato perché lo condividiamo, nutrendo le nostre relazioni umane di quella giustizia intessuta di misericordia che è l‘arma più efficace contro il male che ci minaccia.

fratel Nimal