La morte nelle parole


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Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli
Disegno tratto dagli Exultet nel manoscritto IB49 della Biblioteca Nazionale di Napoli

2 aprile 2020

Mc 12,13-27 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, 13mandarono da Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. 14Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». 15Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». 16Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». 17Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui.18Vennero da lui alcuni sadducei - i quali dicono che non c'è risurrezione - e lo interrogavano dicendo: 19«Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcunoe lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. 20C'erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. 21Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo ugualmente, 22e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. 23Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l'hanno avuta in moglie». 24Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? 25Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. 26Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? 27Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».


A Gerusalemme – la città che uccide i profeti e lapida quelli che le sono stati mandati (cf. Mt 23,37) – Gesù entra nel tempio e lì sfilano davanti a lui le principali figure religiose: i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani, i farisei, gli erodiani, i sadducei.

La passione di Cristo inizia ben prima che gli sgherri del potere politico-religioso gli mettano le mani addosso per arrestarlo e sottoporlo a un processo-farsa, che sfocerà in una condanna già scritta: “Il soffio delle nostre narici, il consacrato del Signore, è stato preso in un agguato” (Lam 4,20).

Effettivamente le autorità religiose mandano da Gesù farisei ed erodiani perché lo colgano in fallo con una domanda, con una parola (cf. Mc 12,13). Il discorso non è più un dialogo che unisce, come un ponte gettato fra le due sponde dei parlanti, non è neppure un insegnamento didattico, che intreccia le domande del discepolo alle risposte del maestro, ma una controversia, un laccio, un tranello teso dagli avversari, nella speranza che la controparte faccia un passo falso. Prima dei flagelli e degli scherni, prima della giustizia sommaria amministrata da uomini deboli, prima dei chiodi e del legno della croce, le parole possono diventare un previo strumento di tortura, e persino premessa di morte.

D’altronde sappiamo che già da tempo, i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di farlo morire (cf. Mc 11,18): troppo spesso l’uomo riscopre la solidarietà del branco, in un istinto ferino di coalizione per marginalizzare il diverso, fino a farlo fuori, quale elemento di disturbo che viene a minacciare lo status quo, a mettere in crisi una rete di privilegi, di caste, di circoli che trovano nell’ideologia, nel potere, nei favori o nelle convenienze la loro ragion d’essere.

Quali che siano gli argomenti della controversia, le trame degli avversari si rivestono sempre di parole lusinghiere, di complimenti sinuosi, di manifestazioni di stima affettata: “Maestro, sappiamo che sei veritiero e non guardi in faccia agli uomini, ma insegni secondo verità” (v. 14). Il paradosso è che costoro, pensando il contrario, affermano il vero: che Gesù, cioè, è il Maestro – sebbene loro ne calpestino l’insegnamento –, che le sue parole vengono dalla verità, portano alla verità e sono verità, e che quindi lui – a differenza loro – non è ricattabile, non deve guardare in faccia nessuno; o meglio, Gesù guarda, fissa e ama i suoi interlocutori (cf. Mc 10,21), ma sa anche leggere nei loro cuori l’ipocrisia di certi oratori esperti in discorsi capziosi (cf. v. 15). L’ipocrisia degli avversari-adulatori veste la maschera diabolica del tentatore; l’ipocrita recita la parte di se stesso nella finzione scenica che si dipana sul proprio palcoscenico esistenziale, mentre usa la parola come luogo di tentazione, per mettere l’altro alla prova: “Perché mi tentate?” (v. 15), dice Gesù riecheggiando il rimprovero di Dio a Israele: “Non indurite il cuore nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere” (Sal 95,8-9).

Ma se ci può essere morte nelle parole, è vero però che il Cristo continua a seminare parole di resurrezione, per far risorgere anche le nostre parole, come parole non di morte, ma di vita… (cf. v. 27).

fratel Emanuele