Amare, seguire, testimoniare


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18 aprile 2020

Gv 21,15-25 (Lezionario di Bose)

15In quel tempo, Gesù si manifestò ai discepoli, dopo essere risorto dai morti, disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». 20Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». 22Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». 23Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?». 24Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.


Siamo alla fine del quarto vangelo. In questa pericope conclusiva e riassuntiva di tutta la narrazione di Giovanni ricorrono tre termini: amare, seguire, testimoniare. Sono termini difficili e solo insieme possono essere interpretati l’uno con l’altro. Sono termini duri: tutti richiedono la partecipazione sincera delle profondità dell’essere umano, con tutte le sue forze e i suoi sentimenti e non si limitano alla sfera dell’affetto. Sono dei comandi, tutti e tre, non assolvibili per volontarismo. Sono comandi che appartengono all’ordine della grazia

C’è un legame esplicito tra il cap. 21 di Giovanni e il cap. 13 in cui questi stessi termini ritornano: lì Gesù ha dato il comandamento nuovo (“che vi amiate gli uni gli altri” 13,34), ha promesso a Pietro che un giorno l’avrebbe seguito (“tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi” 13,36) e lì l’evangelista introduce per la prima volta il discepolo che Gesù amava (13,23): il discepolo che sarà presente nell’ora della croce (19,26), che vedrà la tomba vuota (20,4-9), che riconoscerà il Signore risorto (21,7), che suggellerà il vangelo con la sua testimonianza (21,24). 

Leggendo questi passi ci rendiamo conto che il privilegio del discepolo amato è ben duro e scomodo: Gesù gli fa conoscere il nome di colui che avrebbe tradito. Nella nostra pericope è ricordato proprio così: “colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: ‘Signore, chi è che ti tradisce?’” (21,20). Il discepolo amato porta il peso di questa conoscenza e deve testimoniare che Gesù sapeva e ha accettato la morte facendo di essa un compimento (19,30). Inoltre, proprio lui che ha ricevuto la confidenza di Gesù, sa che per ogni discepolo la strada è la stessa. Egli che aveva udito la consegna del comandamento nuovo: “io ho lavato i piedi a voi, vi ho dato un esempio. Sapendo queste cose... Vi do un comandamento nuovo... Come io ho amato voi così amatevi anche voi gli uni gli altri” (13,14.17.34), aveva visto lo slancio generoso e azzardato di Pietro (13,36-38) e ora è presente quando il Signore Gesù gli ripete per due volte: “Seguimi”. Gesù il buon Pastore, colui che “dà la propria vita per le pecore” (10,11) associa Pietro alla sua opera e alla sua vita: “Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: ‘Seguimi’” (21,19). Anche per vedere che quella morte di Pietro sarebbe stata una glorificazione era necessario un testimone. Pietro è interrogato da Gesù sull’amore, cioè sul suo esser pronto a dare la vita non come uno schiavo, ma come un amico. Pietro ora non conta più sulle sue forze (“Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” 21,17), ma non fa riserve di se stesso. E il discepolo amato, colui che nella chiesa ha la conoscenza di chi tradisce e di chi si pente, può testimoniare che la resurrezione del Signore ha la forza di trasformare una vita piena di ombre e luci in luogo in cui si manifesta la gloria di Dio.

sorella Raffaela