Giovanni il Battista, maestro di libertà


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21 aprile 2020

Gv 3,22-36 (Lezionario di Bose)

22Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea, e là si tratteneva con loro e battezzava. 23Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c'era molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. 24Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione.
25Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. 26Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall'altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». 27Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. 28Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: «Non sono io il Cristo», ma: «Sono stato mandato avanti a lui». 29Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. 30Lui deve crescere; io, invece, diminuire». 31Chi viene dall'alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. 32Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. 33Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. 34Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito. 35Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. 36Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui.


I vangeli Sinottici si premurano di specificare che Gesù inizia la sua predicazione pubblica solo dopo che Giovanni il Battista era stato arrestato (cf. Mc 1,14; Mt 4,12-17; Lc 3,19-20). L’evangelista Giovanni invece ricorda un tempo in cui l’attività dei due Rabbi si era affiancata: Gesù battezzava “nella regione delle Giudea” (v. 22) e Giovanni “a Ennon” (v. 23); e precisa: “Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione” (v. 24).

Questa simultaneità crea disagio nei discepoli di Giovanni che ne vedono leso il diritto: “Rabbi, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e del quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui” (v. 26).

Quel “tutti accorrono a lui” è una spia che fa comprendere qualcosa dell’animo di quei discepoli. Innanzitutto la loro paura dinanzi a quello che ritengono una minaccia per il maestro e forse anche per loro. Ma soprattutto il modo in cui si erano rapportati a quel Rabbi, le loro aspettative nei suoi confronti. Qual era stato il ministero di Giovanni? Aveva chiesto che si preparasse una strada al Veniente (cf. Mc 1,2-3). Aveva predicato la conversione (cf. Mt 3,2). Aveva domandato di compiere azioni che mostrassero nei fatti la conversione del cuore (cf. Lc 3,7-14). Giovanni era stato un puro servo della Parola. Da essa era stato posseduto e consumato, al punto che, quando sarà il momento, non esiterà a consegnarla ai potenti di questo mondo, per i quali la vita di un uomo vale meno della metà di un regno inconsistente, illusorio e grottesco come era quello di Erode (cf. Mc 6,23).

La paura dei discepoli rivela che tutt’altra era stata invece la loro percezione. Quel Rabbi aveva riscosso successo e loro ne avevano partecipato. Ora quel successo è messo in crisi da quello di un altro. E questo è un problema, non tanto per quel che dice, ma per quello che presuppone, per il pensiero da cui nasce.

Ma anche in quest’ora Giovanni il Battista mostra la sua grandezza, sbaraglia queste paure, non venendo meno alla sua funzione di maestro di quei discepoli. Va incontro alle loro paure, le ascolta, le legge, le interpreta, ma non le coltiva né le asseconda. Per fare questo si racconta: rivela cioè come lui ha vissuto quel ministero. E c’è una parola che sintetizza bene la reazione di Giovanni, il suo magistero: libertà!

La risposta di Giovanni ai suoi discepoli è di una libertà disarmante, per loro; e commovente per lui stesso. Commovente perché viene dal fremito del suo cuore che riassapora in un attimo tutta la bellezza di quello che gli era stato dato di vivere, tutta la gratuità con cui l’aveva abitato e tutto l’amore con cui ora è pronto a riconsegnarlo al Padre.

Ma la libertà è sempre figlia dell’ascesi, dell’esercizio e Giovanni ci svela di cosa essa necessita. Necessita del ricordo di aver ricevuto: “Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stato dato” (v. 27). Necessita del riconoscimento leale della realtà: “Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa” (v. 29). Necessita di un ascolto attento: “L’amico dello sposo che è presente e l’ascolta” (v. 29). Necessita della capacità di gioire per la crescita dell’altro: “Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere, io invece diminuire” (vv. 29-30).

La libertà di Giovanni lo rende maestro fino alla fine e per questo gli rende la gioia del suo ministero fino alla fine. L’orizzonte che si profila, quel “diminuire” (v. 30), non lo intristisce ma lo rende ancora più luminoso.

Questa sua libertà è un insegnamento grande anche per ciascuno di noi che, sempre nella vita, avremo da vivere situazioni analoghe: confrontarci con chi fa ciò che noi abbiamo fatto e che a volte continuiamo a fare. Dalla libertà con cui sappiamo far spazio, quando se ne presenta l’occasione, misureremo anche il come abbiamo vissuto e viviamo ciò che ci è stato affidato e che noi abbiamo cercato e cerchiamo di custodire come un dono. Gioire per la gioia e la crescita dell’altro è il banco di prova meno fallibile per misurare la nostra umanità e la nostra fede.

fratel Sabino

fratel Sabino