Discernere tra la vita e la morte


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28 aprile 2020

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 5,19-30 (Lezionario di Bose)

19 In quel tempo Gesù riprese a parlare e disse ai discepoli: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. 20Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, perché voi ne siate meravigliati. 21Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. 22Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ha dato ogni giudizio al Figlio, 23perché tutti onorino il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha mandato.
24In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. 25In verità, in verità io vi dico: viene l'ora - ed è questa - in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l'avranno ascoltata, vivranno. 26Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso, 27e gli ha dato il potere di giudicare, perché è Figlio dell'uomo. 28Non meravigliatevi di questo: viene l'ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce 29e usciranno, quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna. 30Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.


L’affermazione di Gesù, “il Padre mio opera sempre e anch’io opero”, scatena l’intenzione omicida di quelli che lo stanno ascoltando, ma diventa per l’evangelista l’occasione di uno scorcio sul rapporto indicibile tra il Padre e il Figlio. La rivelazione del Padre nel Figlio assume qui la modalità della krísis, del giudizio. Come il Padre, anche il Figlio giudica: ma egli, appunto, non giudica semplicemente perché il Padre giudica, come imitazione, come derivazione. Egli agisce secondo la modalità stessa dell’agire di Dio. È il giudizio stesso di Dio che si attua in Gesù, è l’unico giudizio di Dio sulla storia e nella storia, ora e alla fine dei tempi. Questo giudizio pone ciascuno dinanzi a una scelta: aderire all’amore o rifiutarlo.

Chi aderisce all’amore, entra nella vita: ma solo liberamente può aderirvi. La pienezza della vita – della nostra vita qui e ora e di quello che la nostra vita è davanti a Dio – si gioca tutta sulla possibilità vertiginosa di spendere la nostra libertà secondo l’amore, o di perderci nella ricerca di noi stessi.

Il Figlio non può fare nulla da se stesso, nulla senza guardare il Padre. Non si tratta di un atto di umiltà, né di un atteggiamento di obbedienza, ma dell’affermazione di un’impossibilità radicale. Egli, infatti, “non agisce da sé” (cf. Es 3,12; Nm 16,28). C’è qui indubbiamente un paradosso. L’agire di Gesù è il medesimo del Padre: è la sua stessa espressione, la sua intima rivelazione. L’agire del Figlio non viene dopo l’agire del Padre: gli è concomitante, realizza una comunione unica nel suo genere. Quali sono le opere più grandi di cui parla Gesù? Il ridare la vista ai ciechi (cf. Gv 9) e la vita ai morti. Ma è Dio colui che dà la vita ai morti (cf. Rm 4,17). Altrove Giovanni spiegherà che l’adesione a Gesù è anche un’intima partecipazione alla sua vita, nella misura in cui ascoltiamo, facciamo diventare la sua parola parte del nostro essere: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14).

Alla morte si oppone l’amore: Dio non si compiace della morte del malvagio (cf. Ez 33,11), ma dona la vita (cf. Dt 32,39). Discernere tra la vita e la morte – tra ciò che in noi è vivo e viene da Dio, e quello che è morte e viene dal peccato – è il giudizio supremo, il giudizio definitivo. Per questo Dio è giudice (cf. Sal 67,5; 94,2; 105,7). Eppure Giovanni dice una cosa sconvolgente: “Dio ha mandato il Figlio nel mondo non per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi” (Gv 3,14). E il giudizio del mondo da parte di Gesù è avvenuto sulla croce (cf. Gv 19,13).

Gesù chiarisce la giustezza del suo giudizio, che gli è stato affidato dal Padre, rimandando i suoi ascoltatori alla testimonianza del Padre che lo ha inviato. E la suprema testimonianza di Dio su Gesù è la sua resurrezione.

Il Figlio – che ama il Padre come il Padre lo ama (cf. Gv 5,20) – fa dono di questo amore agli uomini, lo manifesta nella sua totale testimonianza di vita: vita per ogni uomo che viene nel mondo, rigenerazione del mondo nel dono dello Spirito.

fratel Adalberto