La testimonianza di Mosè


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29 aprile 2020

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 5,31-47 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, Gesù disse ad alcuni capi dei Giudei: 31Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera. 32C'è un altro che dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera. 33Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato testimonianza alla verità. 34Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché siate salvati. 35Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.
36Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37E anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me. Ma voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, 38e la sua parola non rimane in voi; infatti non credete a colui che egli ha mandato. 39Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. 40Ma voi non volete venire a me per avere vita.
41Io non ricevo gloria dagli uomini. 42Ma vi conosco: non avete in voi l'amore di Dio. 43Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete; se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste. 44E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall'unico Dio?
45Non crediate che sarò io ad accusarvi davanti al Padre; vi è già chi vi accusa: Mosè, nel quale riponete la vostra speranza. 46Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me; perché egli ha scritto di me. 47Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?»


La parola chiave di questo discorso di Gesù nel quarto vangelo è “testimonianza” (martyría) che ricorre dieci volte in dieci versetti. Gesù non dà testimonianza di se stesso. Vi è un altro che gli rende testimonianza, ed è Giovanni Battista. Su questo non c’è dubbio. Giovanni è il grande testimone di Gesù, fin dal prologo del quarto vangelo: “Egli venne come testimone, per dare testimonianza alla luce” (Gv 1,7). “E questa è la testimonianza di Giovanni” (Gv 1,19): “Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,34).

Tuttavia, aggiunge Gesù, “io non ricevo testimonianza da un uomo”. “Ho una testimonianza superiore a (o migliore di) quella di Giovanni”. Quale? Una testimonianza che viene dal “Padre, che mi ha mandato”, certo. Ma dove si raccoglie questa testimonianza? Nelle Scritture. “Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna, e sono proprio esse che danno testimonianza di me”.

Il discorso giovanneo è rivolto ai “giudei”, e le Scritture ebraiche sono principalmente la Torà di Mosè. Ora, è proprio la Torà che rende testimonianza di Gesù. In che modo? Gesù riconosce che gli ebrei pensano di avere la vita eterna scrutando la Torà. Ma la vita eterna è proprio quella che si ha nel Figlio: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). La verità delle Scritture, la verità della Torà, è dunque la vita che si ha “nel Figlio unigenito, che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14). 

“Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia” (Gv 1,16). Era già una grazia la Torà di Mosè, una grazia ancora più grande è la vita del Figlio, Torà fatta carne. Cháris antì cháritos, dove antì non segnala una contraddizione: una grazia al posto di un’altra; una grazia che ne soppianta un’altra. Ma una grazia che corrisponde a un’altra, che è coerente rispetto all’altra. Precisamente, una grazia che è testimoniata dall’altra. Non solo, ma una grazia letteralmente incomprensibile senza l’altra. 

“Se, infatti, credeste a Mosè, credereste anche a me, perché egli ha scritto di me. Ma, se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?”. Qui, io credo, si fa un passo ulteriore nella individuazione della testimonianza di Mosè. Vi è un luogo preciso, nella Torà, in cui Mosè ci parla di Gesù. È là dove Mosè ha detto: “Il Signore tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me: ascoltatelo!” (Dt 18,15). Noi sappiamo che queste parole hanno avuto ben presto un significato messianico. Soprattutto in ambiente samaritano, l’attesa messianica era quella di un Profeta come Mosè

L’ambiente samaritano è molto prossimo a quello della formazione del quarto vangelo: secondo gli Atti (8,14) Pietro e Giovanni sono stati inviati in Samaria, quando questa ha accolto l’evangelo. E io suppongo che proprio la familiarità samaritana induca il quarto vangelo a dissociarsi così tanto e così spesso dai “giudei”. Ai giudei il Gesù giovanneo proprio questo rimprovera: di non riconoscere in lui il Profeta che doveva venire, secondo la testimonianza di Mosè, che invece aveva avuto udienza dai samaritani.

fratel Alberto