La pace del Risorto


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22 maggio 2020

Dal Vangelo secondo Giovanni - 14,22-31a (Lezionario di Bose)

Venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre, 22disse Giuda, non l'Iscariota a Gesù: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?». 23Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. 26Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 27Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 28Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29Ve l'ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. 30Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non può nulla, 31ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».


Gesù aveva detto: “Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete” (Gv 14,19). Ora uno dei discepoli, Giuda, non l’Iscariota, chiede spiegazioni su questa affermazione: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?”. Lo sappiamo, è sempre insidiosa la contrapposizione noi/voi, noi/gli altri, o peggio ancora, io/gli altri. Gesù non risponde direttamente a questa domanda. Posta in questi termini, essa sembra voler collocare la mondanità, il pensare e l’agire secondo una logica mondana e non secondo il vangelo soltanto al di fuori dei credenti. La parabola di Matteo 13,24-30 ci mette in guardia dalla pretesa di essere noi a saper discernere la zizzania dal buon grano e dallo zelo ammantato di falsa religiosità che vorrebbe distruggere ora la zizzania ritenendo che essa si trovi sempre e soltanto fuori di noi. Gesù risponde alla domanda del suo discepolo a un altro livello, spiegandogli che cosa significa essere veramente suo discepolo: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. L’opposizione tra discepoli e mondo è segnata da un criterio preciso: l’amore per Gesù che porta a fare la sua parola. E il Padre e il Figlio, già ora, vengono ad abitare in chi ama la parola e la mette in pratica (cf. Ef 3,17; 2Cor 6,16). Ma questa opposizione è all’interno di ciascuno di noi. Chi può dire di essere sempre mosso dall’amore per la Parola, dall’amore per Gesù Cristo, in ciò che pensa, dice e fa? Chi osa credere che non vi sia in lui distanza tra la fede che proclama e il suo agire quotidiano? Siamo tutti, almeno in parte, come gli scribi e i farisei, di cui parla Matteo, che “dicono e non fanno” (Mt 23,3). La Didaché, il più antico catechismo cristiano, invita a discernere il vero profeta; non bastano le parole, possono essere anche parole sante, evangeliche, ma non bastano; occorre guardare se chi si fa passare per profeta o tale viene ritenuto “ha i modi del Signore”, e i modi del Signore sono la mitezza e l’umiltà (cf. Mt 11,29). Diventare miti come il Signore, rinunciando a ogni mondano desiderio di prepotenza e dominio sugli altri, lottando contro la tentazione di rispondere alla violenza con altrettanta violenza; diventare umili perché al centro della nostra vita non c’è l’io al quale tutto si dovrebbe piegare – la realtà, gli altri –, umiltà è l’avere gli stessi sentimenti di Gesù che svuotò se stesso (cf. Fil 2,7) e che fece della volontà del Padre il suo cibo quotidiano fino a poter dire: “Io sono nel Padre e il Padre è in me” (Gv 14,10). 

Poi Gesù annuncia la promessa dello Spirito che insegnerà ogni cosa e farà memoria di quello che Gesù ha detto. Lo Spirito è il maestro interiore che rinnova la memoria; capiamo ciò che accade sempre a posteriori quando rileggiamo gli eventi alla luce della Parola. Ai discepoli che hanno ascoltato queste parole Gesù promette la pace, una pace “non come la dà il mondo”, una pace che non è frutto di imposizione del più forte sugli altri, una pace che non nasce dal compromesso con i prepotenti per salvare la propria vita. La pace del Risorto porta i segni della croce, ma è una pace vera e profonda che abita il cuore (cf. Col 3,15), e libera da ogni timore, perché è fondata su colui che con la sua morte ha vinto la morte, su colui che vuole la nostra vita (cf. Gv 10,10). In lui ci possiamo abbandonare senza timore: lui ha vinto il mondo dentro di noi e fuori di noi (cf. Gv 16,33).

sorella Lisa