Verso la maturità dell’amore


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26 maggio 2020

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 15,26-16,15 (Lezionario di Bose)

Venuta l’ora di passare da questo mondo al Padre, Gesù disse ai suoi discepoli:« 26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. 1 Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. 2Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. 3E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. 4Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l'ho detto.
Non ve l'ho detto dal principio, perché ero con voi. 5Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: «Dove vai?». 6Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. 8E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà.


Nei “discorsi di addio” – discorsi in cui Gesù cerca di esplicitare che la sua eredità ai suoi è la sua vita segnata dall’amore, e dall’amore fino alla fine, fino al punto di non ritorno, fino alla morte – Gesù accenna al movimento più doloroso nell’amore: la separazione, il distacco. I discepoli vivono, comprensibilmente, questo momento nell’angoscia, con il cuore invaso da un sentimento di profonda tristezza: “La tristezza ha riempito il vostro cuore” (v. 16,6). Gesù muore, se ne va, si distacca dai suoi che ha amato e che lo amano, ma afferma che questa separazione non è solo un male, ma è anche un bene: “È bene per voi che io me ne vada” (v. 16,7). 

È un bene perché nello spazio scavato dall’assenza fisica di Gesù si immetterà lo Spirito, Spirito che è il vero lascito di Gesù ai suoi, chiamati ad assumerlo per vivere con Gesù ormai risorto una relazione interiorizzata. “Voi non mi vedrete più”, dice Gesù ai discepoli (v. 16,10). La presenza che lo Spirito attualizza è invisibile ma mediata dalla parola di Gesù. Anzi – ci dice questo testo – non solo dalla parola, ma anche dal silenzio, o meglio, dal non detto, dalla profondità dell’essere di Gesù che non è racchiuso solo nelle parole da lui pronunciate ma le trascende. Lo Spirito è principio di assimilazione a tutto il Cristo, e Cristo non era solo un maestro che dava insegnamenti per quanto autorevoli. Gesù è una persona, un uomo, ed è a questo mistero dell’intera persona di Gesù che lo Spirito tende a rendere simili i credenti. 

L’azione dello Spirito è infatti ciò che più si oppone all’autosufficienza: lo Spirito non parla da se stesso, ma prende ciò che è di Cristo e lo annuncia (cf. vv. 16,13-15). È Satana, il diavolo che, secondo Giovanni, agisce e parla da se stesso, facendo di se stesso il centro del mondo (cf. Gv 8,44). Lo Spirito ci chiede di innestare nel nostro vivere la vita di Cristo, di inserire la nostra umanità nell’umanità divina di Gesù di Nazaret. Ci chiede l’umiltà di credere che il nostro amore umano sia purificato, ordinato, accresciuto dall’amore di Cristo. Ci chiede di riconoscere le nostre infinite mancanze all’amore.

Capiamo così che la grande assenza che il Signore lascia nel suo andarsene da questo mondo può essere colmata da una grande capacità di interiorità e di profondità da parte dei discepoli, interiorità che è il terreno dove nasce, si nutre e si coltiva la capacità di amare. L’assenza e il silenzio diventano il paradossale linguaggio dell’amore dopo che Gesù ha usato il linguaggio della presenza e della parola. Resta la memoria di una presenza, l’eco di una parola, e queste si fanno interiori, ci inabitano, ci sono vicine e ci parlano nell’intimo, facendo scendere la relazione in profondità. Assenza e silenzio sono a servizio della maturità dell’amore, non motivo della sua fine. 

Così il Signore risorto si rende presente in noi grazie allo Spirito, colui che ci guida verso la pienezza della verità che coincide con la pienezza dell’amore. Lo Spirito del Signore, da noi invocato ogni giorno con perseveranza, ci guidi all’arte dell’amore, ci doni pazienza e perseveranza nell’amare.

fratel Matteo