Il centro fuori di sé


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Photo by Andrew Ridley on Unsplash
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5 dicembre 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 23,1-12 (Lezionario di Bose)

 In quel tempo1 Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli 2dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. 4Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. 5Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6si compiacciono dei posti d'onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, 7dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati «rabbì» dalla gente.
8Ma voi non fatevi chiamare «rabbì», perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. 9E non chiamate «padre» nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. 10E non fatevi chiamare «guide», perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. 11Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; 12chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato.


Al termine di una serie di controversie con i farisei, impegnati a “coglierlo in fallo nei suoi discorsi” (Mt 22,15), Gesù si rivolge ai discepoli e alle folle – che in Matteo rimandano alla comunità cristiana postpasquale, quindi anche a noi – per evidenziare ciò che impedisce l’accoglienza della sua persona e della sua buona notizia: l’ipocrisia che separa la parola pronunciata su Dio dalla prassi di vita e la ricerca dell’affermazione personale.

Questi due atteggiamenti, da cui nessuno può considerarsi esente, seducono particolarmente gli uomini religiosi e hanno gravi conseguenze quando sono vissuti da chi ha il compito di trasmettere e spiegare la legge di Dio: da parola di libertà, salvezza e custodia della dignità umana, essa viene piegata a strumento di schiavitù, a peso che schiaccia. Sul senso profondo della Parola, infatti, si fa prevalere la lettera e, così, all’accoglienza della persona nella sua fatica di vivere, si sostituisce il giudizio senza appello (cf. Gv 8,1-8); all’urgenza di curare e rilanciare la vita, il rispetto di osservanze mortifere (cf. Mc 3,1-6); in una parola: all’amore, la durezza di cuore. In questo modo non si racconta più il volto autentico di Dio, che in Gesù si è fatto giogo dolce, peso leggero e riposo per quanti sono stanchi e oppressi (cf. Mt 11,28-30), ma si esercita un dominio.

Denunciando l’ipocrisia dei farisei, Gesù rivela pure che cosa rende veramente discepoli e dà credibilità alla comunità cristiana: avere il proprio centro fuori di sé, in Cristo, unico Maestro e racconto definitivo dell’unico Padre. La centralità di Gesù nella vita del discepolo e della comunità ha delle conseguenze concrete e visibili. Innanzitutto la fraternità, che esclude radicalmente le relazioni asimmetriche all’interno del corpo comunitario: qualunque autorità o compito si abbia, si resta dei semplici cercatori di Dio, chiamati a crescere in umanità e nella custodia di fratelli e sorelle. In secondo luogo, l’autorità concepita come trasparenza del Signore: è semplicemente colei che indica instancabilmente Cristo, che ne fa filtrare la luce. In terzo luogo, il capovolgimento dei criteri umani di grandezza: questa non si misura sui primi posti e sui titoli che tanto ci attirano, ma sul servizio, su un’esistenza spesa perché gli altri abbiano vita in abbondanza. Infine, il discepolo come colui che lotta senza sosta per unificare il proprio cuore. Infatti la doppiezza di chi non fa quanto dice, imponendolo però agli altri, e si preoccupa di primeggiare, nasce da una profonda divisione interiore, spazio di paziente e quotidiano combattimento spirituale.

Gesù, l’unico uomo coerente sempre, fino alla fine, mette i credenti di fronte ai rischi della doppiezza e dell’apparire, ma li invita anche a un discernimento. Riconosce che l’insegnamento dei farisei è autorevole: va ascoltato e distinto dalla loro condotta. All’adesione che non esercita critica e al rifiuto che non ammette eccezioni, Gesù contrappone l’arte di distinguere nell’interlocutore quanto va trattenuto perché racconto di Dio, da quanto va lasciato cadere: compagne della coerenza sono la carità che non alza muri e la libertà di riconoscere ciò che nell’altro è dono.

sorella Chiara