L’assenza che insegna l’amore


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Photo by Meera Bowman-Johnson on Unsplash
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12 dicembre 2020

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 24,26-31 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesùdisse ai suoi discepoli: «26Se dunque vi diranno: «Ecco, è nel deserto», non andateci; «Ecco, è in casa», non credeteci. 27Infatti, come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell'uomo. 28Dovunque sia il cadavere, lì si raduneranno gli avvoltoi.

29Subito dopo la tribolazione di quei giorni,

il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo

e le potenze dei cieli saranno sconvolte.

30Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell'uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria. 31Egli manderà i suoi angeli, con una grande tromba, ed essi raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli.


Vi è un tempo di aspettazione, di incompiutezza, un tempo che è il nostro, segnato da un attesa, che dice un’assenza, un vuoto non colmato. Ma “chi non ha conosciuto l’assenza non sa nulla dell’amore. Chi ha conosciuto l’assenza ha preso coscienza del proprio nulla” (Ch. Bobin).

Se si smarrisce il senso dell’assenza, si finisce per smarrire se stessi, lasciandosi travolgere dal dubbio, dall’incertezza, dalla paura. E quella lacuna, quel vuoto verranno facilmente colmati dall’inganno di falsi messia e di falsi profeti, capaci forse di operare grandi segni e prodigi, e di pronunciare parole rassicuranti, ma illusorie:“Se dunque vi diranno: “Ecco, il Cristo è nel deserto”, non andateci; “Ecco, è in casa”, non credeteci” (v. 26).

Bisogna discernere gli pseudo-profeti e guardarsi dalle loro parole ingannevoli: “Non chiunque parla per ispirazione è un profeta, ma solo colui che si comporta come il Signore. Perciò dal modo di vivere si possono distinguere il vero e il falso profeta” (Didaché 11,8).

Vi sono invece degli pseudo-profeti che annunciano il ritorno di Cristo nell’ora presente. In tal modo vanificano l’attesa, il frattempo del nostro “adesso”, che è l’ora della vigilanza, della fedeltà nell’amore, della non-visione che si fa speranza, del “non ancora” che si fa pregustazione di una gioia a venire: ma la parusia di Cristo, la sua venuta, non avviene ancora, non si compie adesso. Vi è ancora un’attesa di cui si deve portare il peso, senza crogiolarsi nel domandare: “Quando?”. 

Quel venire sarà improvviso, come un bagliore improvviso, “come la folgore” che solca il cielo, senza preavviso (v. 27): allora sarà impossibile non vederlo e dubitare ancora, perché quel segno non avrà una manifestazione puntiforme, circoscrivibile in un “qui” o in un “là” (v. 23), né sarà un evento meramente intimo e interiore, ma avrà un’estensione universale, da un estremo all’altro dello spazio, “da oriente fino a occidente” (v. 27). E, per quanto il paragone possa parere poco nobile, il vangelo ci ricorda che il venire di Dio avrà un’evidenza tale da radunare tutti intorno a sé, come gli avvoltoi avvertono la presenza di un cadavere e vi si avventano prontamente (cf. v. 28).

Così lo sguardo si dilata sulla scena della fine, una fine che coinvolge il cosmo intero in giorni di tribolazione che sconvolgono anche il cielo e le sue fonti di luce (cf. v. 29). E su questo scenario evocato con immagini grandiose e terribili, in cui sembrano venir meno le coordinate del tempo e dello spazio, si staglia “il segno del Figlio dell’uomo” (v. 30), che non andrà forse inteso come un segno particolare (una croce o uno stendardo militare), ma come il segno che è il Figlio dell’uomo stesso: è lui il segno ultimo e definitivo, che supera i segni penultimi evocati illusoriamente dagli pseudo-profeti e dagli pseudo-messia. Un segno che potrebbe evocare “il segno di Giona il profeta”, cioè il mistero pasquale del Figlio: “Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt 12,39-40).

E all’apparire di quel segno avverrà il raduno dei frammenti, la ricomposizione dei dispersi in unità. 

Nel frattempo la comunità che ha aderito al Signore è chiamata ad attendere colui che viene, e a vigilare affinché l’amore non si raffreddi (cf. Mt 24,12). “È una cosa strana l’assenza. Contiene in sé tanto d’infinito quanto la presenza. L’ho imparato nell’attesa, ho imparato ad amare le ore buche, le ore vuote: è così bello aspettare la persona che ami” (Ch. Bobin).

fratel Emanuele