Visitato e in attesa


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Photo by Nancy O'Connor on Unsplash
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19 febbraio 2021

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 5,33-35 (Lezionario di Bose)

In quel tempo i farisei e i loro scribi 33dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». 34Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? 35Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».


In apertura di questo tempo di quaresima il vangelo di oggi ci propone una riflessione sul senso del digiuno e della preghiera. La Chiesa da sempre (e ancor prima Israele, come tutta la Scrittura ci attesta e le parole di scribi e farisei oggi confermano) ha riconosciuto nel digiuno, inscindibilmente legato alla preghiera, il segno manifesto dell’attesa del Signore, del desiderio di orientamento di tutta la propria vita a lui, nello sforzo sempre rinnovato di preparargli una via convertendo i nostri cuori. Ecco allora che una mancanza, quella del cibo che ci fa vivere, ci porta a riconoscere un’altra mancanza ancor più radicale, quella del Dio che ci fa vivere. E ci riporta alla nostra dimensione essenziale: creature che hanno bisogno di ricevere nutrimento per vivere... 

In quest’ottica non appare peregrina la questione sollevata da scribi e farisei, anche se Luca mette nella loro bocca toni accesi: se il digiuno e la preghiera sono i segni per antonomasia del nostro desiderio di Dio e del nostro impegno per renderci un po’ meno indegni dell’incontro, perché i discepoli di Gesù non si inseriscono in questo sforzo? Perché partecipano addirittura ad un banchetto, e per di più organizzato da un pubblicano, Levi, come viene detto nei versetti subito precedenti? 

Ma il vangelo di oggi apporta una decisiva novità in questo discorso, e chiede di assumere una consapevolezza del tutto nuova, che scribi e farisei non erano riusciti a cogliere: ciò che fa la differenza, ciò che rende possibile la gioia e la festa è la presenza di Gesù; egli è il compimento della lunga attesa e del lungo digiuno, e occorre accorgersene! Levi lo ha colto bene: è in risposta all’amore che ha percepito in Gesù che ha organizzato un banchetto. La scoperta di essere amato e di essere chiamato ad amare si è naturalmente trasformata in festa, in occasione di gioia condivisa. 

Quindi l’attesa è terminata? No, non è terminata: “verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto” (v. 35), e anche Levi, come tutti i discepoli, lo sperimenterà, ma accanto a questa vi è l’altra fondamentale dimensione: ora “lo sposo è con loro” (v. 34), è con noi (e la metafora nuziale è quella usata nelle Scritture per indicare la relazione tra Dio e Israele: Gesù è la presenza di Dio tra i suoi). Non c’è solo una “assenza”, ma c’è innanzitutto una “presenza”.

Chi sei tu, o uomo? Tu sei innanzitutto colui che è stato visitato, e sei colui, anche, che è in attesa amorosa, perché sa di essere stato visitato. Tra questi due poli scorre tutta la nostra esistenza. 

Se non ce ne accorgiamo il rischio è di essere sempre “altrove”, magari in spasmodica attesa, ma senza mai accorgerci di una presenza vicinissima. Viene in mente il bellissimo film cinese Lettere di uno sconosciuto del regista Zhang Yimou, che vede la protagonista consumare tutta la sua vita nella disperata attesa del ritorno del marito, incapace di accorgersi che lui è amorevolmente accanto a lei in ogni momento. 

Che questa quaresima possa essere il tempo, per ciascuno di noi e per la Chiesa tutta, in cui renderci consapevoli dell’amore di Dio, sempre accanto a noi, sempre presente, e sempre in attesa, lui, del nostro ritorno.

sorella Anna Chiara