Fare spazio


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Photo by Arturo Castaneyra on Unsplash
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22 febbraio 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 4,17-25 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 17Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». 18Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 19E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». 20Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. 21Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. 22Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. 23Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. 24La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. 25Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.


C’è una parola di Gesù che forse a volte viene poco notata o che comunque talvolta sembra rimanere misteriosa: “l’evangelo del regno” (v. 23). Sì, perché per Matteo Gesù non predica se stesso, ma annuncia “il regno dei cieli”: “Convertitevi, perché si è avvicinato il regno dei cieli”.

Che cos’è questo “regno dei cieli”? Se Gesù ne parlava e lo predicava vuol dire che i suoi interlocutori potevano capire, avevano perlomeno un’idea di questo “regno dei cieli”, sapevano più o meno di cosa Gesù parlava.

Certamente, per Matteo il regno dei cieli non coincide con la persona di Gesù, perché Gesù stesso insegna ai suoi discepoli a invocare tale regno (cf. Mt 6,10) e, sempre per Matteo, è una realtà in cui bisogna predisporsi ad entrare, e ad entrare mediante un cammino di conversione che ci consente di accoglierlo come bambini (cf. Mt 18,3).

Per accogliere tale regno, infatti, bisogna convertirsi. Gesù non annuncia solo il Regno, ma annuncia che per accoglierlo è necessario intraprendere una via di ritorno al Signore, abbandonare le nostre vie malvagie, per fargli spazio nella nostra persona e nella nostra vita.

Esattamente come nell’evangelo secondo Luca Gesù risorto non dà il mandato ai discepoli di annunciare nel suo nome solo il perdono dei peccati, ma anche la conversione (cf. Lc 24,47).

I due messaggi non sono paralleli, ma sono condizione l’uno dell’altro. Non è possibile, infatti, anche umanamente, accogliere un dono se non gli si fa spazio nella propria vita, nella propria casa, o dovunque esso debba essere accolto. Così, la conversione non è il contenuto principale dell’annuncio, ma essa è il necessario fare spazio al dono che ci viene incontro in maniera preveniente e gratuita; e per fare spazio a qualcosa è necessario, spesso, eliminare o prendere le distanze da qualcosa, o di cattivo, o di buono, ma comunque di minor valore del dono che si riceve, che ci è di ostacolo nell’accogliere tale dono.

Per questo subito dopo segue l’episodio della chiamata dei primi discepoli. Spesso si pone l’accento sulla loro rinuncia: alla barca, al padre, ma non ci si rende conto che così facendo si sposta l’accento da ciò che è primario a ciò che è secondario. Primario, infatti, è il dono che Gesù fa della chiamata a stare con lui, la gioia di poter condividere il suo cammino e la sua missione, di poter conoscere il suo amore e, attraverso di lui, l’amore del Padre. Questo è il messaggio principale e primario. Ma, chiaramente, per poter condividere il suo cammino sulle strade della Palestina i discepoli dovevano inevitabilmente rinunciare al lavoro e alle relazioni familiari. Ma tale rinuncia non era che una condizione per poter accogliere il dono della chiamata.

Così è anche per “il regno dei cieli”, o “di Dio”, che Gesù annuncia: esso si è fatto vicino, ci ha cercati, ci ha raggiunti, si offre a noi gratuitamente e di sua iniziativa. Ma noi siamo disposti ad accoglierlo, a fargli concretamente spazio nella nostra vita e nella nostra persona? Lo consideriamo un dono? Percepiamo la gioia della chiamata a conoscere, tramite Gesù, il “Padre nostro che è nei cieli” (Mt 6,9 e 23,9) e, in lui, gli altri uomini e donne come nostri fratelli e sorelle (cf. Mt 23,8)?

sorella Cecilia