Un occhio trasparente per illuminare


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2 marzo 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 6,19-23 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:" 19Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; 20accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. 21Perché, dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.
22La lampada del corpo è l'occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; 23ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!


Un occhio semplice, uno sguardo puro e trasparente, illumina tutta la persona; spesso, però, il nostro occhio è velato, offuscato da uno sguardo cattivo che intenebra tutta la nostra vita.

L’uomo, non di rado, fa l’esperienza buia dell’invidia, di quella passione triste, pervasa da un senso di avversione e, insieme, di rancore verso gli altri, che vengono invidiati – cioè, letteralmente “guardati male” – a motivo dei loro beni, del loro successo, della loro prosperità, del loro benessere, veri o presunti tali.

Giotto, nella Cappella degli Scrovegni a Padova, ce ne ha dato un’illustrazione efficace: l’invidia è raffigurata come una vecchia, grinzosa, con un serpente che le esce dalla bocca (ad indicare il suo male-dire gli altri) e che si ritorce contro gli occhi di lei, in una sorta di auto-accecamento: l’occhio del cuore non vede la realtà e in-vidia, guarda male, ciò che gli sta di fronte. Un fuoco avvolge i suoi piedi e la consuma in una brama insoddisfatta di possesso, che le fa stringere con forza nella mano sinistra la borsa dei suoi averi, mentre la sua destra è protesa in avanti, deforme, simile ad un artiglio e, al contempo, alla bocca spalancata di un serpente. L’in-vidia è deformazione avvelenata dello sguardo, una forma di cecità interiore, di cecità paradossalmente vedente, ma capace solo di una visione selettiva, limitata a quanto gli altri hanno e sono, percepito come sottrazione a quanto l’invidioso è ed ha, o forse, non è e non ha. A tale mostruosità simbolica del mal-occhio, dell’occhio malvagio dell’invidia, Giotto aggiunge il dettaglio dell’ipertrofia dell’orecchio, teso ad origliare malignamente, non in una forma di ascolto accogliente, ma di captazione selettiva per spiare l’altro e sintonizzarsi sulle maldicenze.

“Quando l’invidia vince e corrompe il cuore – scriveva Gregorio Magno –, lo stesso aspetto esteriore indica che grave pazzia scuota l’animo. Il viso diventa pallido, gli occhi guardano basso, la mente si riscalda, e le membra si raffreddano, i pensieri diventano rabbiosi, i denti stridono; e mentre nel segreto del cuore si nasconde l’odio crescente, la ferita racchiusa tortura con cieco dolore la coscienza. Non si trova più gioia nelle cose proprie, perché la mente si logora nella sua pena, nata dalla felicità altrui” (Moralia V 85).

L’occhio cupo dell’invidioso non guarda, ma giudica, non vede, ma spia, non illumina, ma immerge nelle tenebre la fraternità, la convivenza e i legami d’amore.

E se l’occhio è la finestra del cuore, allora lo sguardo invidioso rivela che il nostro cuore aderisce ancora a quei tesori della terra, che affascinano per un istante, pur essendo condannati alla consunzione operata da tarme e ruggine, o che costituiscono un possesso precario, costantemente minacciato dalle ruberie dei ladri.

Il vangelo ci chiede dunque di vigilare sulla trasparenza del nostro occhio e sulla dimora del nostro tesoro, perché “tutto ciò che si svolge al di fuori del nostro cuore, e, per meglio dire, alla porta del nostro cuore, non ha altro fine che aiutarci a scoprire il tesoro nascosto all’interno del cuore” (A. Louf).

fratel Emanuele