“Non affannatevi”


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Photo by Mehdi Sepehri on Unsplash
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3 marzo 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 6,24-34 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:" 24Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
25Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena.


“Esiste un affanno inoperoso e un operare privo di affanni” (Simeone il Nuovo Teologo).

Questa bella pagina di Matteo ci raggiunge in un occidente in cui alla maggior parte di noi non è mai mancato il pane, ma che torna a vivere un tempo gravato di incertezze. Ci parla di cibo e di vestito, cose molto concrete in rapporto alle quali il cristiano, chiamato a sobrietà e condivisione, può sempre verificare la propria libertà e il proprio impegno, dato che tutto si regge sulla cura.

Il riferimento agli uccelli del cielo e ai gigli del campo non intende giustificare l’inoperosità, ma aprire gli occhi sulla grazia e invitare quanti sono “piccoli di fede” ad allargare la loro capacità di fiducia. Anche questo è un esercizio quaresimale: riconoscere ciò che ci precede e semplicemente ci è donato, la cura che il Padre vuole avere per tutto e per tutti, e affidarsi. L’erba del campo vive l’oggi della grazia, non lascia che l’affanno per il domani glielo rubi.

L’esortazione reiterata “non preoccupatevi” vorrebbe liberare da quegli affanni nei quali affoga chi è unicamente preoccupato di sé e del proprio domani, pensandosi solo al mondo, rivelandosi incapace di fede in Dio e cura nei confronti degli altri.

C’è una preoccupazione normale, un’operosa sollecitudine che è una forma di cura previdente per la vita di cui siamo responsabili:ad essa non possiamo sottrarci. E c’è una preoccupazione egocentrica, un agitato affannarsi del pagano che in noi pensa solo a se stesso: questo si rivelerà un girare a vuoto, avendo speso male le proprie energie.

Qui Gesù pone un’alternativa radicale, propriamente evangelica. “Nessuno può servire due padroni … Non preoccupatevi per la vostra vita”.

“Non affannatevi” sotto il peso delle vostre ansie, coscienti delle vostre fragilità. Nel nostro cammino di maturazione umana e cristiana ci troviamo a doverle integrare, e possiamo scoprirci abbracciati nelle nostre debolezze. Ma poi resta sempre da scegliere a chi affidarsi, perché nessuno può tenere insieme due signori: “Non potete servire Dio e la ricchezza”. La ricchezza qui è “Mammona”, il falso dio che chiede il nostro “amen”, ciò che abbracciamo e a cui, forse inconsapevolmente, ci attacchiamo e asserviamo. Può rappresentare tutto ciò che, per debolezza, tendiamo a mettere via per noi stessi, ciò che scegliamo di capitalizzare per esorcizzare le nostre paure e gestire le nostre preoccupazioni invece di arricchire presso Dio (cf. Lc 12,21.34).

Al di là della fede professata con la bocca, nel modo in cui affrontiamo le cose di ogni giorno, nei nostri discorsi e nelle nostre scelte, si rivela ciò su cui contiamo, cui ci siamo affidati.

Lì Gesù chiede di cercare prima “il regno di Dio e la sua giustizia”. In ogni cosa, si tratti del pane materiale o degli affetti che ci nutrono e ci tengono in piedi. Perché a fare la differenza è il modo in cui questo e quelli ce li guadagniamo e li investiamo, liberando o asservendo, condividendo nella libertà o accumulando per salvarci da noi stessi.

Per vivere il “sia santificato il tuo Nome” del Padre nostro, rinunciamo ad affidarci ad altro: “liberati dal peccato e fatti servi di Dio” (Rm 6,22), distinguiamo il Santo, l’Unico che libera invece di asservire.

fratel Fabio