Un ascolto che agisce


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Photo by Alexander Akimenko on Unsplash
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6 marzo 2021

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 7,21-29 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:"21Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 22In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». 23Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l'iniquità!». 24Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. 26Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
28Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: 29egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.


Da sempre questa conclusione del discorso della montagna rivolto da Gesù ai suoi discepoli e alle folle turba in particolare noi che ogni giorno e più volte al giorno ripetiamo: “Signore, Signore!”, noi che ogni giorno chiediamo al Padre nostro che è nei cieli che sia fatta la sua volontà. Ci turba perché ci ricorda che, a furia di ripetere: “Signore, Signore” senza preoccuparci da fare la volontà del Padre, anche nel giorno del giudizio ripeteremo meccanicamente quel “Signore, Signore”, accompagnandolo con domande retoriche pensate per testimoniare anche un fare, non solo un proclamare.

In fondo noi che ripetiamo: “Signore, Signore” siamo convinti di essere stati profeti nel nome di Gesù, esorcisti nel nome di Gesù, guaritori nel nome di Gesù. Abbiamo “fatto” tante cose: profetato, scacciato demoni, compiuto prodigi… Eppure quel Signore, da noi tanto invocato e poco obbedito, non solo afferma di non averci mai conosciuto, ma ci allontana dicendoci che quello che abbiamo operato è iniquità, il nostro fare è stato iniquo, anche se l’abbiamo abbellito con la ripetizione del suo nome.

Di fronte a questo paradosso sconvolgente Gesù, che sa insegnare con autorità, cioè con la forza di chi sa muovere l’ascoltatore ad agire, ci porta al fondamento di un operare secondo il suo cuore, di una fatica quotidiana che avrà la qualità di farci riconoscere come suoi dal Signore. E il fondamento è l’indissolubile unità tra ascolto della parola di Gesù e messa in pratica. Una unità che va riconosciuta, ricreata, rinsaldata ogni giorno, ogni volta che invochiamo: “Signore, Signore”; una unità che non riguarda semplicemente l’ascolto di una determinata parola, di un comandamento preciso e la sua puntuale messa in pratica bensì, più in radice, l’ascolto incessante del Signore che parla al nostro cuore attraverso lo sta scritto, ma anche attraverso gli altri, gli eventi, i silenzi, le contraddizioni… Il Signore parla e a noi è chiesto di tendere costantemente l’orecchio alla sua parola, così da renderla ciò che lei stessa è per sua natura: un evento, un’azione, un fare la volontà. Siamo noi che distinguiamo parole e fatti: per il Signore la parola pronunciata è già evento realizzato, come la luce di quel primo giorno, come la creazione di quella prima settimana.

Se questa unità intrinseca tra parola e volontà di Dio attuata diventa carne nella nostra vita di ogni giorno, allora capiamo meglio anche l’immagine della casa fondata sulla sabbia o sulla roccia: nessun luogo dove due o tre sono riuniti nel nome del Signore è esente dalla prova. Ma la consapevolezza che la prova ci attende e la capacità di riconoscerla quando arriva sono come il monito del giudizio finale che Matteo evoca al capitolo 25: questi insegnamenti non sono fatti per “quel giorno là”, ipotetico e lontano, bensì per i nostri giorni qui e ora. Non dobbiamo preoccuparci della prova, ma piuttosto del nostro ascoltare e mettere in pratica la Parola: questo criterio deve aiutarci a lasciar perdere altri fondamenti della nostra vita per ritornare ogni volta alla roccia dell’ascolto che agisce. La minaccia della tempesta non riguarda il futuro, ma purifica il nostro passato e orienta il nostro presente: sapere che incontreremo la prova non è allora motivo di angoscia, ma invito a riscoprire nel nostro passato, in ciò che ci fonda come discepoli e come comunità di discepoli, quei gesti quotidiani di fratelli e sorelle per i quali la parola ascoltata è diventata volontà del Signore nell’oggi della storia, della loro storia, della nostra storia.

fratel Guido