Conversione delle nostre attese


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Photo by Eddi Aguirre on Unsplash
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8 marzo 2021

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 8,27-33 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 27Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». 28Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti». 29Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». 30E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. 31E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. 33Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va' dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini»


In un momento di svolta del suo cammino, quando ormai la via verso Gerusalemme si delinea sempre più netta e con essa anche le sue conseguenze, Gesù, nel punto più lontano da quella meta, in terra pagana, interroga i discepoli su di sé: “La gente, chi dice che io sia?” e “Ma voi, chi dite che io sia?”.

Gesù si interroga e interroga: spesso nei vangeli Gesù pone domande, sollecita i suoi interlocutori perché vadano in profondità nel loro stesso interrogare (“Perché mi chiami buono?” aveva detto al giovane ricco), li spinge a cercare la radice del loro pensare, parlare e agire (“Perché questa generazione cerca un segno?” “Perché discutete che non avete pane?”, ha detto a farisei e discepoli proprio nei versetti precedenti al nostro testo), reagisce cercando di scuotere persino coloro che camminano con lui e dovrebbero meglio degli altri capire e capirlo (“Non comprendete ancora?” “Non avete ancora fede?”, dice ai discepoli).

Nel nostro testo sembra interrogare i suoi discepoli per cercare una conferma del cammino percorso, della missione fin qui compiuta, per capire cosa di lui si è compreso, e forse, anche per avere un conforto di fronte a ciò che ancora lo attende, per verificare se può condividere l’ulteriore passo verso la passione con coloro che ora lo riconoscono come il Cristo.

Sì, sono il Messia, ma avrò i tratti del servo sofferente”: così sembra dire loro Gesù, confermandoli in ciò che di lui hanno colto, ma anche correggendo l’immagine e l’attesa di come questo Messia doveva essere e che la reazione di Pietro, che Gesù deve correggere, rivela con chiarezza.

Anche per noi non è facile accettare che il Signore delle nostre vite abbia i tratti di un servo, di un perdente; non è scontato pensare che la salvezza ci raggiunge per una via di un abbassamento che giungerà fino alla morte, e alla morte di croce; dobbiamo compiere una vera conversione per assumere che le vie del Signore spesso non sono le nostre vie, e i suoi pensieri non sono i nostri pensieri.

Tutto questo Paolo lo dirà in modo lapidario nella sua Prima lettera ai Corinti: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, follia per i pagani, ma per noi potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,23-24).

Sì, noi annunciamo questo sconvolgimento di tutti i parametri su cui l’umano sentire si appoggia, annunciamo un Signore che si piega a lavare i piedi ai suoi discepoli facendosi loro servo, un Re che si lascia crocifiggere facendo del legno infamante il suo trono, un Messia mite e umile che vince attraverso quella che apparentemente è la più schiacciante e inesorabile sconfitta: la morte, anzi, una morte di croce.

Ma da questa kenosi dell’amore, l’amore risorgerà più vittorioso che mai perché essendo passato attraverso la morte, la morte ha definitivamente sconfitto; questa è la nostra speranza e la nostra certezza, questa è la luce che ci guida in questo tempo di quaresima, tempo di conversione delle nostre immagini e attese, delle nostre vie e dei nostri pensieri, per giungere con questo Messia, forte solo nell’amore, alla sua Pasqua, primizia e caparra della nostra.

sorella Ilaria