Quando siamo deboli è allora che siamo forti


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /home/monast59/public_html/templates/yoo_moustache/styles/bose-home/layouts/article.php on line 44

Photo by Akshar Dave on Unsplash
Photo by Akshar Dave on Unsplash

11 marzo 2021

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 9,14-29 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni 14arrivando presso i discepoli, videro attorno a loro molta folla e alcuni scribi che discutevano con loro. 15E subito tutta la folla, al vederlo, fu presa da meraviglia e corse a salutarlo. 16Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». 17E dalla folla uno gli rispose: «Maestro, ho portato da te mio figlio, che ha uno spirito muto. 18Dovunque lo afferri, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». 19Egli allora disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo da me». 20E glielo portarono. Alla vista di Gesù, subito lo spirito scosse con convulsioni il ragazzo ed egli, caduto a terra, si rotolava schiumando. 21Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall'infanzia; 22anzi, spesso lo ha buttato anche nel fuoco e nell'acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci». 23Gesù gli disse: «Se tu puoi! Tutto è possibile per chi crede». 24Il padre del fanciullo rispose subito ad alta voce: «Credo; aiuta la mia incredulità!». 25Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito impuro dicendogli: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». 26Gridando e scuotendolo fortemente, uscì. E il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». 27Ma Gesù lo prese per mano, lo fece alzare ed egli stette in piedi.
28Entrato in casa, i suoi discepoli gli domandavano in privato: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». 29Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».


Leggere in Quaresima questo brano (descrizione di un passaggio attraverso la morte) ci ricorda con forza la necessità di morire a noi stessi per poter risorgere con Cristo. Il racconto, infatti, è posto fra la Trasfigurazione e il secondo annuncio della passione: lo sfondo è chiaramente la morte e la resurrezione di Gesù.

Gesù scende dal monte insieme ai tre discepoli testimoni della Trasfigurazione che non hanno capito il senso di quell’evento, e incontra gli altri discepoli che non capiscono il senso del loro fallimento.

Perché non c’è continuità tra i discepoli e il Maestro? Essi avevano ricevuto potere sugli spiriti impuri (cf. Mc 6,7); poi è come se si fossero montati la testa perché, tornati, riferirono a Gesù tutto quello che avevano fatto… convinti di essere stati loro i protagonisti!

Il fallimento dei discepoli è dovuto alla loro incredulità: tutto infatti è possibile a chi crede (cf. Mc 11,22-24)! I discepoli vogliono annullare i loro limiti, non si abbandonano in fiduciosa adesione al Signore. Questo fallimento fa proprio bene ai discepoli, che si scontrano con la loro impotenza: è occasione di grazia, perché possono mettersi in discussione e uscire da false sicurezze per entrare nella paradossale logica espressa da Paolo: “quando sono debole è allora che sono forte” (2Cor 12,10).

Il padre del ragazzo diviene qui un maestro per i discepoli: egli riconosce, difatti, la propria condizione di piccolo e debole, incapace di salvarsi da sé. L’angoscia di questo padre assomiglia a quella di Gesù nel Getsemani, e anche il suo abbandono fiducioso è simile a quello di Gesù nell’agonia. “Ho sperato nel Signore contro ogni speranza ed egli si è chinato su di me, ha ascoltato il mio grido” (Sal 40,2).

Egli si riconosce per ciò che è: uno che dipende dalla misericordia di Gesù, e quindi spera contro ogni speranza. Da tutto ciò sgorga la preghiera: si abbandona totalmente a Gesù e così la sua piccola fede può tutto, perché partecipa della fede onnipotente di Gesù (cf. Mc 10,27). Il vero miracolo non sta nel superamento dei limiti, ma nella loro accettazione

La preghiera è espressione di chi si riconosce impotente e bisognoso di salvezza. “Io resto in preghiera davanti a te, Signore, è tempo della grazia!” (Sal 69,14). E noi siamo capaci di pregare in questo modo? Sappiamo riconoscerci così deboli tanto che non ci resta altro che la preghiera?

La potenza dello spirito impuro non può nulla contro la forza della fede di Gesù, eppure sembra che sia riuscito a uccidere il fanciullo. Il ragazzo attraversa la morte: al v. 27 ci sono i verbi tipici della resurrezione, che ritroveremo alla fine del vangelo (cf. Mc 16,6.9). Anche per i discepoli è tempo di fare un passaggio attraverso la morte, morte dell’illusione di essere protagonisti della salvezza, morte dell’idea della propria forza che è sempre menzogna. “Beato l’uomo che ha riposto la sua fede nel Signore, colui che non si rivolge ai potenti, ai perduti nella menzogna” (Sal 40,5). È il Gesù risorto che sempre ci prende per mano, ci strappa dalle nostre false sicurezze e ci fa rialzare per continuare il cammino dietro a lui.

E noi siamo forse ancora convinti di riuscire a salvarci con la nostra forza, la nostra bravura, le nostre capacità?

Domandiamoci piuttosto: che cosa è in nostro potere? Forse solo il riconoscere che abbiamo bisogno di essere salvati, abbiamo bisogno della misericordia del Signore, abbiamo bisogno di immergerci nella morte per essere resuscitati (cf. Col 2,12).

un fratello di Bose