Una parola che strappa da se stessi


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Photo by CHUTTERSNAP on Unsplash
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16 marzo 2021

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 10,17-27 (Lezionario di Bose)

In quel tempo,17mentre andava per la strada, un tale corse incontro a Gesù e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». 18Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». 20Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». 22Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
23Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». 24I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 26Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». 27Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».


Gesù nei vangeli è spesso in cammino e mentre cammina chiama alla sequela, guarisce, ascolta, parla. “Un tale”, senza nome, o forse con il nostro nome, gli corre incontro.

Ha con sé una domanda che potrebbe portarlo a un interrogarsi nel profondo e in tale direzione Gesù lo conduce, ricordandogli che solo Dio è buono e chiedendogli se conosce i comandamenti.

Quel tale si considera a posto: ha ottemperato alle dieci parole prescritte dalla legge.

Gesù vuole rinviarlo alla vita, a questa vita, per averne un'altra e, affinché accada, esige che cambi il suo progetto proprio di questa vita: come? 

“Gesù fissando lo sguardo su di lui lo amò”

Solo il Vangelo di Marco lo riporta: fissandolo lo amò.

Gesù non chiede una rinuncia alla vita, ma di progettarla e immaginarla nella linea dell’amore. È in gioco l’esistenza tra una vita piena e una vita vuota, tra una vita nella gioia profonda e una vita nella grigia tristezza, tra un vita messa in naftalina e una vissuta e donata.

“Se il chicco di grano non muore rimane solo, se muore porta molto frutto” (GV 12,24). Questa è la vita pensata da Gesù.

Quel tale incontra una parola che lo avvolge e lo strappa da se stesso, lo invita a lasciare il poco per trovare il tanto: un tesoro.

La salvezza non è la sommatoria di obbedienze a precetti e norme, ma è perdita di vita in vista di un ritrovamento della vita stessa vissuta alla luce dell’evangelo, è quel centuplo promesso a chi lascia: casa, padre, madre, moglie, fratelli, sorelle, campi.

In tale prospettiva la sequela non è una ricerca di ciò che è buono in sé ma di ciò che è buono alla luce del vangelo stesso.

E i due buoni, eticamente entrambi significanti, sono profondamente diversi. Il buono non è più nella direzione dell’acquisizione della vita eterna come merito ma come tesoro ricevuto che è la chiamata alla sequela, certo a caro prezzo, di Gesù Cristo il crocifisso risorto.

Nella risposta allo sguardo di Gesù, alla sua parola “Seguimi!” è lo spazio della libertà.

Essere liberi prigionieri di Cristo, come scrive Paolo, oppure andarcene scuri in volto, rattristati e senza speranza.

Vivere tale libertà di scegliere richiede la disponibilità a lasciare e divenire poveri in spirito: diversamente è impossibile.

Ogni ricco di beni materiali, ognuno che si ritiene ricco di beni spirituali o di parole sapienti e dotte o addirittura profetiche, ognuno che sulle ricchezze più varie costruisce la propria esistenza non passerà mai nella cruna di un ago e dovrà assistere stupito al fatto che vi passi un cammello.

“Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio”.

Perché lo sguardo di Dio sull’umano è altro: “l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1Sam 16,7).

Lo sguardo di amore di Gesù non attende risposte sapienti, teologicamente corrette, eticamente ineccepibili o liturgicamente valide, ma attende che rispondiamo con il nostro sguardo d’amore.

Forse è per questo che, in particolare a me e a noi religiosi che ci riteniamo ricchi del sapere su Dio, l’evangelista Matteo ricorda che peccatori e prostitute ci passano avanti nel regno dei cieli, non per meriti particolari, ma perché a differenza di noi, pur nel loro peccato, hanno comunque saputo amare.

fratel Michele