La dinamica del dono e dell’obbedienza


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18 marzo 2021

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 10,35-45 (Lezionario di Bose)

In quel tempo,35 si avvicinarono a Gesù, Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». 36Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». 37Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 38Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». 39Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. 40Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
41Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. 42Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. 43Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, 44e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. 45Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»


Di fronte a questo testo evangelico facilmente siamo colti da imbarazzo. Sì, lo sappiamo: nella comunità cristiana il concetto di onore, grandezza, primo posto sono capovolti: “Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti” (Mc 9, 35), dice Gesù. Tuttavia parole come servizio e servo appaiono logorate, usate con troppa facilità. Troppi si qualificano al servizio degli altri, pur inseguendo un primato mondano; taluni invitano altri a servire, facendo leva sulla loro innocenza, non sempre rispettosi delle persone e delle chiamate altrui.

Eppure bisogna ripetere la parola che è al cuore di questa pericope evangelica: “il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” e riconoscere che il discepolo è chiamato a seguire il suo Maestro anche nella modalità del suo agire. 

Al centro del nostro passo sta anche un’altra affermazione: “non sta a me concederlo”, dice Gesù. Cioè: ci sono realtà della vita - forse anche le più importanti - sottratte alla logica del possedere e della conquista, ma che rientrano nella dinamica del dono e dell’obbedienza. La Lettera agli Ebrei pone l’offerta della vita di Cristo come un’obbedienza allo Spirito: “Cristo mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio” (Eb 9,14). Dopo il battesimo, lo Spirito aveva spinto Gesù nel deserto per essere tentato dal diavolo (Mt 4,1) e nello Spirito Gesù aveva potuto contemplare il modo di rivelarsi del Padre (Lc 10,21 ). Così nell’ora dell’agonia la possibilità di offrire la propria vita è ricevuta come obbedienza che si traduce in accettazione della morte (bere il calice). Anche Paolo dice di sé: “Io sono divenuto ministro del Vangelo (letteralmente: diákonos, servitore) secondo il dono della grazia di Dio, che mi è stata concessa” (Ef 3,7). Essere servi degli altri lo si riceve come obbedienza alle necessità che il Signore ci rende capaci di vedere e come dono di essere spazio dell’agire di Dio nel mondo. Troppo spesso siamo afflitti dall’incapacità di vedere che cosa bisogna fare e come ci dobbiamo porre, cosicché anche l’intraprendenza mossa da buona volontà si mostra inadeguata. È la realtà dei discepoli in tutti i vangeli, di fronte agli annunci della passione nella salita verso Gerusalemme. Nel vangelo di Marco Gesù annuncia la sua morte ai vv. 8,31; 9,31 e 10,33-34 e sempre si registra l’incomprensione dei discepoli: in 8,32 Pietro rimprovera Gesù e poco più avanti i discepoli chiedono a Gesù: “Perché noi non siamo riusciti a scacciare (lo spirito muto e sordo)?” (9,28). Dopo il secondo annuncio, Gesù li sorprende a discutere su chi fosse più grande (9,34) e poco dopo Giovanni vorrebbe rivendicare dei vantaggi per chi segue Gesù (9,38). La stessa logica spinge Pietro a sollecitare Gesù dicendo : “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito” (10,28). Ultimi arrivano Giacomo e Giovanni, dopo il terzo annuncio, con la loro rivendicazione: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo” (10,35). I commentatori antichi sottolineano come Gesù acconsenta al dialogo perché siano i discepoli stessi a formulare i loro desideri nascosti e perché tutti siano istruiti sul significato di posizioni diverse all’interno del gruppo dei chiamati. Giacomo e Giovanni sapevano di avere una prossimità particolare con Gesù e insieme a Pietro erano stati testimoni della trasfigurazione. Ma proprio loro, come Pietro, si mostrano i più lontani dalla comprensione del dono di Dio. In tutta la storia della salvezza l’elezione non è mai un privilegio, in senso mondano. L’elezione è un dono associato a un compito: rendere presente nel mondo l’opera di salvezza di Dio. L’elezione è un dono associato all’obbedienza, è grazia accolta nella forza dello Spirito. Così anche il martirio nella comprensione che sempre ne ha avuto la chiesa: è calice cui liberamente acconsente la volontà umana, obbedienza a un dono che mai da se stessi ci si può procurare né mai proporre ad altri, è grazia che suggella il desiderio di essere resi conformi a Cristo e la fatica sempre rinnovata per comprendere la volontà di Dio e compierla.

sorella Raffaela