In un gesto di cura, la luce di Pasqua


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Photo by MUILLU on Unsplash
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2 aprile 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 19,38-42 (Lezionario di Bose)

8Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. 39Vi andò anche Nicodèmo - quello che in precedenza era andato da lui di notte - e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. 40Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. 41Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. 42Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.


Oggi, venerdì santo, contempliamo Gesù in croce. Ma che cosa significa fissare lo sguardo su di lui? Che cosa scorgiamo in quell’uomo appeso al legno? Il Dio biblico è l’amante della vita, la sofferenza e la morte non sono suo desiderio per l’essere umano e, in se stesse, sono un non senso. Sogno di Dio e pienezza di significato per l’uomo sono l’amore, la custodia fraterna, la ricerca della giustizia unita alla carità, la misericordia, la gioia della comunione, anche se e quando viverle significa conoscere incomprensione, ostilità, condanna. Così, in Gesù sulla croce contempliamo innanzitutto l’uomo reso veramente umano dall’amore, dal dono della vita fino alla fine che si fa appello: “Padre, perdona loro” (Lc 23,34). Amando come Gesù ha amato, vivendo come lui ha vissuto, la croce diviene passaggio alla vita senza fine: Dio non può che richiamare all’esistenza colui che ha incarnato l’amore.

La tentazione di contemplare un morente e di seppellire un cadavere senza futuro ci abita, come ha abitato i primi discepoli, e insieme a essa il rischio di vedere nella sofferenza in sé una via di salvezza, distorcendo così il volto del Padre. Il vangelo della sepoltura, che ascoltiamo mentre si fa sera e che ci introduce al silenzio del sabato santo, ci aiuta a correggere lo sguardo e ci ricorda che ogni gesto di cura rivolto a un corpo apre la strada alla luce di Pasqua.

Nel quarto vangelo i protagonisti della sepoltura sono due uomini: Giuseppe d’Arimatea, discepolo nascosto perché impaurito, e Nicodemo, fariseo attratto da Gesù, che ha incontrato nella notte. Sono due uomini in ricerca, non ancora pienamente discepoli; due giusti che vogliono piangere e ricordare una vittima dell’ingiustizia. Non pensano che Gesù possa ritornare alla vita, ma nel gesto umanissimo dell’onore reso al suo corpo morto, nella delicatezza dei gesti che rispondono alla violenza dei crocifissori, essi preparano inconsapevolmente la Pasqua. La mirra, l’aloe e i teli di lino, infatti, ricordano una scena nuziale: l’Agnello è pronto per le nozze! Il corpo è deposto con cura ma anche in fretta e il sepolcro resta aperto, come a togliere ogni ostacolo alla resurrezione: quel corpo è preparato per un incontro. Il sepolcro è nuovo: non una tomba dove la vita va in disfacimento, ma un luogo inedito di passaggio; Gesù lo inaugura, ma dopo di lui quell’angolo, posto in un giardino simbolo di creazione, di vita, di comunione con Dio, attende ogni uomo. 

Giuseppe e Nicodemo, immagine della chiesa che accoglie il corpo del suo Signore, entrano nella Pasqua grazie a gesti di grande umanità: il Dio della vita si incontra nella cura degli uomini, nel rispetto dei loro corpi tempio della presenza divina. Gesti semplici ma che chiedono un atto di coraggio: la fede professata di nascosto, la ricerca di Gesù fatta nel buio, devono venire alla luce e assumere il rischio dell’amore. Chiedendo il corpo di Gesù e ungendolo, i due uomini iniziano a vivere ciò che Gesù stesso ha vissuto: la libertà di una parola franca, ma soprattutto un amore concreto, l’unico più saldo di qualsiasi paura. Perché l’amore autentico è più forte della morte ed è sempre rivolto a un corpo che domanda atti di cura concreti.

sorella Chiara