Una fiducia che riabilita


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Photo by Ben Ashby on Unsplash
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10 aprile 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 21,15-25 (Lezionario di Bose)

5Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». 17Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. 18In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». 19Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». 20Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». 21Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». 22Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». 23Si diffuse perciò tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?».24Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. 25Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.


Il Cristo risorto fa risorgere anche il suo discepolo: nella luce della Pasqua, Pietro conosce la propria trasformazione che è, forse, anche una riabilitazione.

Colui che per tre volte aveva rinnegato il suo Maestro, cioè aveva negato di conoscerlo – e così facendo aveva anche rinnegato se stesso, la sua scelta di sequela, il tempo condiviso con Gesù e il dono ricevuto –, ripercorre ora un cammino a ritroso, dalla lontananza alla vicinanza, dalla negazione all’adesione, dal “no” della desolidarizzazione al “sì” dell’amore. 

Nella notte dell’arresto di Gesù, una giovane donna aveva chiesto a Pietro: “Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?”, ma lui aveva negato: “Non lo sono”. Poi a chi gli domandava: “Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?”, lo negò e disse: “Non lo sono”. E quando uno dei servi del sommo sacerdote aveva insinuato: “Non ti ho forse visto con lui nel giardino?”, Pietro negò di nuovo, ultimo “no” cui un gallo appose il sigillo del suo canto (cf. Gv 18,17.25-27).

Ora, il Risorto lo interroga per tre volte sull’amore: “Mi ami più di…?”. Il testo greco sopporta in questo punto traduzioni diverse, come se Gesù gli chiedesse: “Mi ami più di queste cose?”, cioè più della barca, della pesca, della sua professione che avevi un tempo abbandonato per seguirmi, e a cui sei ritornato dopo la mia morte. Oppure: “Mi ami più di quanto tu ami questi?”, cioè i discepoli, tuoi compagni. O ancora: “Mi ami più di quanto questi, i discepoli, mi amano?”.

E Pietro risponde professando la sua benevolenza: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”, e Gesù lo incalza ancora: “Simone, mi ami?”, e poi – riprendendo lo stesso verbo usato da Pietro –: “Simone, mi vuoi bene?”. Non è chiaro se tra i due verbi “amare” (agapán) e “voler bene” (phileín) occorra distinguere una sfumatura di significato, per cui il primo denoterebbe un amore capace di relazioni profonde, di rispetto, ammirazione, adesione all’altro, mentre il secondo sarebbe un sentimento di affetto pervaso da simpatia e amicizia; forse l’autore ha semplicemente scelto dei sinonimi per evitare la monotonia. Ma al di là dei dettagli grammaticali, quella domanda sull’amore amico e sull’amicizia amorevole è un interrogativo che lavora Pietro in profondità, che lo addolora e lo rattrista: la constatazione della propria fragilità, della debolezza nella propria perseveranza, del fallimento nella propria intenzione di sequela, restituisce Pietro a se stesso e lo rende capace di verità. È anche attraverso l’esperienza della caduta che l’amore raggiunge la sua maturità: mentre riconosce di essere venuto meno, confessa il bene che lo unisce al suo Signore, con l’umiltà di chi si sente inadeguato e incapace di corrispondere pienamente all’altro, tanto che Pietro non si spinge – con la sua solita baldanza – ad affermare il proprio amore per il Maestro, ma si ferma un po’ prima, ammettendo di volergli bene. 

Nel contempo, però, il discepolo riconosce che ciò che conta non è la forza, il sentimento, la capacità dell’uomo, ma l’affidarsi a colui che sa: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Pietro non sa tutto di sé, non ha una chiave di lettura esaustiva per il proprio passato, né è in grado di dire esattamente quali sentimenti lo abitano in quel momento, né quale potrà essere la propria missione per il futuro; semplicemente, si affida, nella consapevolezza che “le opere di ogni uomo sono davanti a lui, non è possibile nascondersi ai suoi occhi” (Sir 39,19). E da questa fiducia il discepolo può attingere la forza per ricominciare, per tornare a camminare e, addirittura, per essere responsabile e custode dei suoi fratelli, reso ormai affidabile a motivo della consapevolezza del proprio limite.

fratel Emanuele