Il Pastore e il portinaio


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Photo by eberhard grossgasteiger on Unsplash
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8 maggio 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 10,1-21 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli 1 «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 

14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
19Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole. 20Molti di loro dicevano: «È indemoniato ed è fuori di sé; perché state ad ascoltarlo?». 21Altri dicevano: «Queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?».


Due sono le cose di cui abbiamo più bisogno per vivere: che qualcuno ci chiami per nome o che ci scaldi il cuore con la parola. Di questo ci parla il vangelo del buon pastore, anche se si presenta come una “similitudine”, e il termine greco così tradotto nell’uso giovanneo indica un discorso oscuro, ricco di riferimenti indecifrabili, tant’è vero che i discepoli di Gesù non lo capiscono, ma dev’essere loro spiegato.

Chi è il pastore delle pecore? Qual è la porta dove deve entrare? Chi sono i ladri e i briganti che non entrano per la porta? E chi è il “guardiano”, letteralmente il “portinaio”, che la deve aprire?

“Io sono il buon Pastore”, spiega Gesù e lo ripete due volte, a scanso di fraintendimenti. Il buon pastore è colui di cui le pecore riconoscono la voce. La riconoscono in mezzo a mille altre. Questa è proprio una chiamata per nome, una risonanza interiore. Più che una semplice lettura biblica, è un ascolto personale o, direi, una “auditio divina”. Nessuno si può sostituire a noi in questa percezione della voce del Pastore.

Ma poi aggiunge – in un’apparente sovrapposizione di immagini –: “Io sono la porta delle pecore”. La porta, cioè un passaggio obbligato per uscire a pascolare e per rientrare nell’ovile a riposare. Passaggio obbligato per avere la vita e averla in abbondanza: per avere una vita piena. Dunque Gesù è sia il Pastore che conduce le pecore al pascolo, sia la porta per la quale dovranno passare tutti gli altri pastori, a somiglianza di Gesù. Quelli che verranno dopo di lui, come Pietro, al quale il buon Pastore affiderà le sue pecorelle (cf. Gv 21,15-17).

Quelli venuti prima, invece, sono “ladri e briganti”. Tutti? Sì tutti, così almeno pensa l’evangelista Giovanni. Perché, prima di Gesù, vigeva la legge, e la legge è buona e pedagogicamente necessaria, ma può anche uccidere, nel senso che ha il potere di condannare il trasgressore, di metterlo a morte. Il buon Pastore, invece, dà la propria vita per le pecore: muore lui al posto loro. Basti ricordare, sempre nel quarto vangelo, il contrasto tra Gesù e la legge che condannerebbe a morte la donna adultera (cf. Gv 8,1-11).

Vorrei spendere un’ultima parola sull’enigmatica figura del portinaio, apparentemente non necessaria: si è mai visto un portinaio in un ovile? Invece questa figura è forse quella che riguarda noi tutti più da vicino. Il portinaio “apre” la porta, dischiude il passaggio di Gesù. È quanto avviene, per esempio, quando si fa una “lectio divina”, quando qualcuno ci accompagna o accompagniamo un altro nella lettura biblica. “Non ci sentivamo forse ardere il cuore lungo il cammino, quando ci apriva le Scritture?” (cf. Lc 24,32).

Noi siamo le pecore chiamate per nome dal buon Pastore, attraverso le nostre guide spirituali, e questa è la vocazione decisiva. Ma possiamo anche essere i portinai che gli aprono la porta e lo lasciano entrare nelle vite nostre o degli altri. Questo, quando accade, ci scalda il cuore.

Fratel Alberto