Credete in me


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Photo by Laura Vinck on Unsplash
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11 maggio 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 12,37-50 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 37sebbene Gesù avesse compiuto segni così grandi davanti a loro, non credevano in lui, 38perché si compisse la parola detta dal profeta Isaia:

Signore, chi ha creduto alla nostra parola?
E la forza del Signore, a chi è stata rivelata?


39Per questo non potevano credere, poiché ancora Isaia disse:

40Ha reso ciechi i loro occhi
e duro il lorocuore,
perché non vedano con gli occhi
e non comprendano con il cuore
e non si convertanoe io li guarisca!


41Questo disse Isaia perché vide la sua gloria e parlò di lui. 42Tuttavia, anche tra i capi, molti credettero in lui, ma, a causa dei farisei, non lo dichiaravano, per non essere espulsi dalla sinagoga. 43Amavano infatti la gloria degli uomini più che la gloria di Dio. 44Gesù allora esclamò: «Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; 45chi vede me, vede colui che mi ha mandato. 46Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. 47Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. 48Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell'ultimo giorno. 49Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. 50E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me»


Il testo di oggi è particolarmente complesso e “ostico” per le nostre sensibilità. Siamo interdetti dai toni forti di alcune affermazioni (“Non potevano credere”: v. 39; “[Il Signore] ha indurito il loro cuore”: v. 40; “Chi non accoglie le mie parole ha chi lo condanna”: v. 48) e rischiamo di non prestare attenzione al messaggio di speranza che il testo porta in sé: “Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (v. 46); “Non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (v. 47).

Chiave di lettura dell’intera pericope è il versetto con cui si apre il testo: “sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano in lui” (v. 37).

E ci accorgiamo che l’opposizione credere/non credere attraversa tutta la pericope: cosa ci permette di “credere” e cosa invece è ostacolo alla fede?

Ci viene detto che i molti segni compiuti da Gesù nell’arco del suo ministero pubblico non sono stati garanzia di fede: pochi lo hanno seguito, molti lo hanno lasciato dopo un iniziale entusiasmo (cf. Gv 6,66), e anche tra quelli che “credettero” la fede si dimostra debole, subordinata alla gloria umana (v. 43); non c’è alcuna indulgenza al miracolistico nella vita di Gesù, e lui lo sa bene; potremmo dire, riprendendo Matteo 13,58 - “a causa della loro incredulità, non fece molte opere potenti” -, che non possiamo illuderci siano i segni portentosi a suscitare fede, ma caso mai è la fede a permettere il loro manifestarsi.

Gesù è distante dalla potenza di Dio come la desiderano gli uomini! Perché è nella debolezza che si manifesta la potenza di Dio, non nella forza, o nel miracolistico a buon prezzo.

O meglio: uno solo è il segno che dovrebbe interrogarci e inquietarci e suscitare adesione: il segno che Gesù stesso è, con tutta la sua esistenza donata. Messia sì, ma non per dominare, Salvatore sì, ma nell’abbassamento della morte in croce. È nel “fallimento” di quella vita spezzata che si rivela la potenza di Dio; come aveva predetto Isaia, perché se andiamo a vedere la prima citazione che fa Giovanni, scopriamo che essa è tratta dal quarto canto del Servo sofferente (cf. Is 53,1): il tragico destino del servo, manifestazione di Dio, si attua nel tragico destino di Gesù, volto di Dio (cf. v. 45).

Segno di contraddizione (cf. Lc 2,34-35), quindi, volto a svelare i pensieri del nostro cuore, gli indurimenti del nostro cuore che il Signore desidera solo sciogliere (“Io li guarirò”, si può anche tradurre la finale di Gv 12,40).

Ecco allora il grido di Gesù (cf. v. 44), quasi un ultimo accorato appello: credete in me che sono il volto, la narrazione di Dio; credete in me che sono luce venuta a disperdere le tenebre di morte in cui vivete; credete in me che sono qui per donarvi salvezza e vita; ascoltate me che sono la Parola del Padre.

E subito Gesù vivrà, porterà a compimento tutto questo: dal capitolo 13 infatti entriamo negli “ultimi giorni”. Ecco il segno, manifestazione della gloria di Dio: il Maestro che lava i piedi ai suoi e dona loro le ultime parole, il Messia tradito, abbandonato, il Re crocifisso e ucciso. Ecco il segno dell’amore di Dio cui possiamo credere.

sorella Annachiara