Dalla tristezza alla gioia


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Photo by Zach Plank on Unsplash
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19 maggio 2021

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 16,16-23a (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:" 16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete», e: «Io me ne vado al Padre»?». 18Dicevano perciò: «Che cos'è questo «un poco», di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 
19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»? 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 21La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia.    23Quel giorno non mi domanderete più nulla».


Incomprensione delle parole di Gesù e tristezza che si fa pianto e lamento non sono solo dei discepoli che storicamente seguirono Gesù. La transizione che descrive il testo interessa i credenti di ogni tempo. La vita cristiana è un’esistenza in trasformazione che va dalla tristezza alla gioia. Non in una successione lineare che una volta realizzatasi comporterebbe l’oblio definitivo della tristezza. È un movimento che torna e attraversa di continuo l’esistenza dei credenti. Un movimento in cui da dentro la tristezza si apre una via la gioia.

Si perde la comprensione delle parole di Gesù. Quelle parole che un tempo scaldavano ed erano luce per i nostri passi, ora paiono mute e spente. Quelle parole che incontrando la nostra vita si incarnavano di nuovo facendoci percepire la vicinanza del Signore, ora diventano estranee e indifferenti. Questa perdita ci rattrista e ci pervade lo sconforto, perché ci sembra di non vivere più alla presenza del Signore. Di più, siamo noi – così ci pare – a esserci fatti stranieri al vangelo. Forse indifferenti. Piangiamo per quello che si è smarrito e non torna più: l’intensità della fede di una volta. Ci lamentiamo gridando il nostro sconcerto perché il Signore sembra assente. Non solo nella nostra storia ma in quella degli esseri umani.

E poi… il vangelo sorprende ancora. Parla del dolore del parto e della gioia per la nascita di un nuovo essere umano. Quel dolore che sembra la fine di tutto e a cui tutto si riduce, non è l’unica né l’ultima realtà. In esso può accadere la novità di una vita che viene al mondo. Forse Gesù vede così la sua passione e morte. Forse noi esseri umani possiamo interpretare così le crisi che conosciamo a livello sia personale sia collettivo. Forse è ciascuno e ciascuna di noi a nascere di nuovo attraverso quel dolore. A pervenire a un nuovo stadio di umanità.

Questo però non va da sé. Non c’è alcun automatismo né grazia o privilegio del dolore. L’attaccamento a un passato che sembra scomparso e si vorrebbe ritrovare non è la salvezza. C’è da acconsentire a una morte. La morte di un modo di vivere la fede, di una maniera di edificare la comunità cristiana, di uno stile con cui si pensa alla vita, morte per consunzione naturale o per inadeguatezza alla fase della vita o ai tempi della società. Per nascere c’è un duplice “sì” da dire: alla perdita e all’ingresso in un territorio inesplorato. Da poveri e mendicanti.

Qui potremmo essere visti di nuovo dal Signore che ci parla attraverso il vangelo. Un vangelo ancora inaudito per noi! Il vangelo, liberato dalle catene dell’eccesso di dottrina e di morale, può adesso risuonare come parola che reinventa il rapporto con noi stessi facendoci nascere di nuovo. E qui – quale gioia! – ritroviamo il Signore nell’oggi. La novità del vangelo è in relazione con l’origine, il Dio che crea il mondo e fa uscire dall’Egitto, la casa degli schiavi, il Dio che libera Gesù dal sepolcro e lo pone alla sua destra, un’origine inafferrabile che sta davanti, non dietro. Perciò questa relazione fa nuove tutte le cose. Non cerchiamo indietro ciò che sta davanti!

fratel Davide