Liberi di appartenere


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Photo by Shifaaz shamoon on Unsplash
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28 aprile 2022

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 4,16-30 (Lezionario di Bose)

In quel tempo, 16Gesù dice alla samaritana: «Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». 18Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».  19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». 27In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui.


Presso il pozzo di Sicar, erano presto giunti a parlare di un’altra acqua. D’altronde era iniziato così bene quel dialogo del tutto inatteso: Gesù, stanco e assetato, chiedendo un favore a una straniera, aveva saputo mostrare e destare un’accogliente simpatia.

Ai vv. 16-18, però, un affondo che non ti attendi: ora lo stesso Gesù – si potrebbe osservare – manca di delicatezza… perché quell’improvviso affondo sulle relazioni coniugali della donna? Può sembrare un intromettersi indiscreto, non richiesto; o forse è un passaggio essenziale al dialogo, una svolta cui Gesù accompagna chi come lei a un certo punto gli chiede: “Dammi di quest’acqua, perché io non abbia più sete”.

La sete della samaritana ha certamente a che fare con la nostra sete di senso, conil nostro desiderio di dirci chi siamo e di darci a qualcuno, con il nostro bisogno di appartenere e i nostri molteplici tentativi di ritrovarci in relazioni che promettono e non possono dissetare.

Del resto già per l’evangelista quella donna è una figura che rimanda anche ad altro. I salti argomentativi nel dialogo ci ricordano che in Giovanni abbiamo sempre un sovrapporsi di registri diversi, un parlare a diversi livelli.

Così in questa samaritana dai cinque mariti possiamo cogliere un riferimento all’origine idolatrica delle cinque popolazioni deportate in Samaria dalle quali discendono i samaritani secondo 2Re 17,24-41. Genti straniere in terra d’Israele che sonoportate ad assumere il culto del Dio locale, adorare il Signore, ma rimangono legate ai loro mariti di prima, continuano a votarsi a dèi pagani, che i cinque mariti potrebbero appunto simboleggiare.

Al contempo nel ritratto di questa donna c’è un riferimento velato allasposa infedele di cui parla Osea, una sposa provata nel deserto dalla sete (cf. Os 2,5) e lì riconquistata dal Signore. Egli, dicendole tutto quello che ha fatto (cf. Gv 4,29), rinnova l’alleanza e le promette: “In quel giorno … mi chiamerai: ‘Marito mio’, e non mi chiamerai più: ‘Mio padrone’” (Os 2,18), perché liberata dagli idoli e ormai libera di appartenere al Signore, avere parte con lui qui e oltre la morte.

Alla luce della Pasqua quella donna discepola e missionaria diviene poi figura del testimone cristiano, a cui Gesù nello Spirito si è rivelato Messia atteso: “Sono io che parlo con te”.

Donna discepola che, nella relazione gratuita con quell’uomo, ha infine avuto accesso a un “di più”, sorgente interiore che rende superflua l’anfora, rimando simbolico alle sue schiavitù quotidiane (cf. Gv 4,28).

Donna missionaria, testimone nella propria sete della sete di un altro, il Cristo che le ha rivelato il luogo del vero culto (indicativo l’uso della preposizione greca en). “Né su (en) questo monte né a (en) Gerusalemme” bensì “in (en) spirito e verità”. Non più in un luogo delimitato dalle mura di un santuario, bensì in uno spazio aperto dallo Spirito, versato nei nostri cuori in risposta alla nostra sete assunta da Gesù fino in fondo (cf. Gv 19,28.30; Rm 5,5).

È questo lo Spirito della verità che rende viva e attuale per noi la Verità che è Cristo (cf. Gv 14,7). È lui, il Risorto, ad essere il luogo dell’adorazione gradita al Padre, relazione in cui cresciamo in un’appartenenza a lui e gli uni agli altri (cf. Gv 2,19-22).

fratel Fabio