Io sono non temete


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Photo by Tom Öhlin on Unsplash
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6 maggio 2022

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 6,16-29 (Lezionario di Bose)

16Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare, 17salirono in barca e si avviarono verso l'altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; 18il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. 19Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. 20Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». 21Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti. 22Il giorno dopo, la folla, rimasta dall'altra parte del mare, vide che c'era soltanto una barca e che Gesù non era salito con i suoi discepoli sulla barca, ma i suoi discepoli erano partiti da soli. 23Altre barche erano giunte da Tiberìade, vicino al luogo dove avevano mangiato il pane, dopo che il Signore aveva reso grazie. 24Quando dunque la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. 25Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
26Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. 27Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell'uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». 28Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». 29Gesù rispose loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».


Nel capitolo sesto l’autore del quarto vangelo ci consegna la sua teologia eucaristica. Rispetto ai vangeli sinottici, infatti, nel racconto della passione Giovanni non parla dell’istituzione eucaristica, ma racconta il gesto della lavanda dei piedi, nel grande affresco teologico della glorificazione sulla croce del Figlio che si è fatto servo per amore.

Il nostro racconto si svolge durante la seconda Pasqua cui Gesù partecipa a Gerusalemme. Il racconto inizia con la moltiplicazione dei pani che suscita lo stupore per il segno compiuto da Gesù e il tentativo, cui lui si sottrae, di farlo re e termina con molti tra quelli che lo seguivano che, turbati dalla durezza delle sue parole si allontanano: “Anche voi volete andarvene?”. Anche per noi risuona oggi questa domanda e ci interroga sul senso del nostro essere discepoli e sulla qualità della nostra perseveranza. Le folle cercano Gesù perché hanno mangiato il pane e si sono sfamate, l’autore lo sottolinea spesso e Gesù ci sollecita a discernere perché noi lo cerchiamo, cosa cerchiamo o desideriamo.

La polarità di questa sezione del quarto vangelo si gioca tra la ricerca di Gesù e la richiesta di vedere segni fatti da lui, e la fatica che esige la fede autentica che non si basa sui segni o sul sensazionale, ma chiede adesione alla persona di Gesù, un’adesione e una comunione che si concretizza nel mangiare la sua carne e bere il suo sangue.

Questa parola è dura e molti di noi ancora oggi di fronte alla richiesta di aderire al Signore in questa radicalità sono tentati di andarsene.

Ma nella nostra fatica è sempre il Signore che si fa incontro a noi. I discepoli nella notte sul mare, sono in balia del forte vento e delle tenebre, impauriti spaventati nella loro solitudine, e Gesù viene loro incontro, camminando sopra le profondità e gli abissi del mare, e li esorta a non temere. “Io sono” è la promessa del Dio con noi, quel Dio che in tutta la storia di salvezza si è manifestato come fonte di eterno amore e misericordia. Aderire al Signore nella fede significa credere che è il Signore l’unico pane di vita in grado di saziare la nostra fame di senso, noi spesso cerchiamo una sazietà effimera, ci nutriamo di cibi che non nutrono e finiamo per confondere il dono con il donatore.

Solo la relazione con il Signore Gesù, la comunione al suo corpo e sangue nel dono dell’eucaristia ci fa partecipare alla vita eterna, alla promessa di Resurrezione che è l’orizzonte ultimo e nello stesso tempo già presente oggi alla nostra fede.

Quante volte ci illudiamo di cercare il Signore mentre stiamo solo cercando dei segni, delle prove che giustifichino la nostra fede e quando queste non ci soddisfano cadiamo anche noi nella mormorazione.

Il Signore vuole solo la nostra adesione a lui, chiede solo che lo accogliamo sulla barca della nostra vita nel mare in tempesta. C’è una parola di grande speranza pochi versetti dopo il nostro brano; la volontà del Padre è che il Figlio non perda nulla di quanto gli ha dato.

 Noi siamo affidati a questo amore, che ne siamo consapevoli o no, anche quando la paura domina le nostre scelte e la nostra esistenza: la promessa del Figlio che nella sua resurrezione è promessa di vita eterna non viene mai meno, è l’unica promessa che possa placare la nostra fame e sete di senso.

Se vivessimo con questa consapevolezza, se il nostro orizzonte di vita fosse la promessa di vita del Signore Gesù, anche noi potremmo dire con Pietro: “Signore da chi andremo, tu hai parole di vita eterna!”.

fratel Nimal