“Perché abbiano la vita in abbondanza”


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /home/monast59/public_html/templates/yoo_moustache/styles/bose-home/layouts/article.php on line 44

Photo by nikldn on Unsplash
Photo by nikldn on Unsplash

21 maggio 2022

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 10,1-21 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:1 «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.

7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza.

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.

14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
19Sorse di nuovo dissenso tra i Giudei per queste parole. 20Molti di loro dicevano: «È indemoniato ed è fuori di sé; perché state ad ascoltarlo?». 21Altri dicevano: «Queste parole non sono di un indemoniato; può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?».


Il brano di oggi è quello noto come la descrizione del buon pastore. Il testo segue la guarigione del cieco nato e prosegue la disputa con i farisei. In quest’ultimo brano gli avversari di Gesù, pur di non credere e fare fiducia nel suo gesto di salvezza, rinchiudono l’uomo guarito da Gesù nei loro pregiudizi. Gesù aveva liberato quell’uomo e gli aveva restituito un futuro, i giudei, invece, lo imprigionano nel suo passato.

Tra Gesù e il cieco guarito si è instaurata una relazione. Gesù si prende cura di lui, non solo sul piano fisico, ma lo riconosce in quanto persona e l’uomo nato cieco fa fiducia in Gesù: egli si rende conto di avere di fronte a sé qualcuno che lo riconosce in quanto uomo al di là del suo peccato.

In maniera differente anche nel testo di oggi si parla di relazioni. È messo in luce l’atteggiamento diverso del vero pastore e quello invece del mercenario. Tale relazione va a buon fine se c’è una collaborazione da parte delle pecore, o meglio se esse riescono a vivere quella fiducia che il pastore buono instaura col suo modo di agire verso di loro. Tale fiducia può rendere possibile l’adempimento del disegno salvifico di Dio, proprio come la fiducia e la fede del cieco nato verso il gesto di guarigione di Gesù nei suoi confronti.

È evidente, nella descrizione del modo di agire del mercenario come egli non cerchi alcun tipo di relazione con le pecore, ma al contrario, pur cercando di sfruttarle e usarle per un proprio tornaconto, le sfugge e agisce di nascosto.

Il buon pastore instaura con le pecore un rapporto di vita, non di sfruttamento. Gesù descrive un riconoscimento da entrambe le parti. Riconoscimento che nasce dalla cura e dall’attenzione che il pastore ha verso il suo gregge e le pecore stesse riconoscono quell’uomo come loro pastore perché i gesti che compie sono degni di fiducia, nascono da un bene, e un bene verso di loro. La relazione che si instaura è duratura non momentanea, è basata sull’ascolto di entrambi e si svolge nel tempo perché il Signore cammina davanti a loro, le accompagna lungo il sentiero della vita

Gesù alla fine di questa prima descrizione si rivolge direttamente ai farisei e non è un caso che essi non capiscano la metafora che ha appena raccontato. È un modo di agire troppo lontano da loro e anche troppo difficile per noi. Difficile non tanto perché ci vogliono delle energie e delle doti a noi estranee, ma difficile perchè poco praticato. Per praticarlo ci vogliono quell’ascolto, quella cura, quel camminare insieme e non da ultimo quel riconoscimento del fratello e della sorella che spesso fatichiamo ad attuare.

Gesù, nonostante l’incomprensione suscitata nei suoi interlocutori, prosegue la similitudine e la approfondisce, spiegando il fine della sua missione: “perché le pecore abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (v. 10).

Gesù attraverso il racconto della sua relazione con il Padre riesce a spiegare bene cosa intenda per “avere la vita” e “averla in abbondanza”. Non consiste nel trattenerla e difenderla ad ogni costo come fa il falso pastore, ma consiste nel trasmetterla attraverso il riconoscimento, l’ascolto e la guida anche a costo della propria vita, ma tutto questo mossi dalla libertà dell’amore. Libertà che Gesù ci ha narrato attraverso la sua vita.

sorella Beatrice