Come io vi ho amato


Warning: Invalid argument supplied for foreach() in /home/monast59/public_html/templates/yoo_moustache/styles/bose-home/layouts/article.php on line 44

53b51da315d883cdab7e9b3bdd38b65e.jpg

30 maggio 2022

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 15,12-25 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse:  2Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.18Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20Ricordatevi della parola che io vi ho detto: «Un servo non è più grande del suo padrone». Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. 22Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. 23Chi odia me, odia anche il Padre mio. 24Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. 25Ma questo, perché si compisse la parola che sta scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione.


Come le due tavole di un dittico, dipinte a campiture contrastanti di colore, tale si presenta questa pagina del quarto Vangelo, polarizzata intorno a due verbi: amare e odiare.

All’avvicinarsi dell’ora della sua passione, Gesù «sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). Fino all’estremo, fino al compimento, fino alla consumazione della vita e dell’amore stesso, vissuto fino al suo vertice, al suo punto più alto. 

Questo amore si fa gesto esemplare per la comunità dei discepoli e per la Chiesa nella lavanda di piedi, con la quale Gesù dà ai suoi «un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (13,15).

Questo «come» risuona ancora nella nostra pericope, laddove il Cristo consegna il suo comandamento: «che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (15,12.17). Questo «come» (kathós in greco) non costituisce un semplice paragone di carattere imitativo, ma dice la «forma» dell’agire e dell’amore cristiano che deve in-formare di sé le opere e i giorni di coloro che aderiscono al Figlio per rimanere nel suo amore (cf. 15,9-10). Allora, l’«amare» dei credenti e della Chiesa (cf. 15,12.17) che si esprime anche nel loro «fare» (cf. 13,15) avviene non solo «come» Cristo ha fatto e ha amato, ma anche «a motivo», «a ragione» e «in virtù» del fatto che il Signore e il Maestro ha amato i suoi che erano nel mondo con un amore, una dilectio, che ha sfidato la contraddizione della morte e l’ha vinta. Il Figlio amato non lascia ai suoi un semplice modello esemplare, ma infonde in essi la forza, l’energia, la capacità e la possibilità di amare.

Ma questo «come» ci rimanda non solamente a quell’amore di Cristo per gli uomini, che fonda la reciprocità dell’agápe fra gli uomini, ma anche a quella dimensione, ancor più fondativa, dell’amore che lega il Padre e il Figlio. Il Padre «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (3,16): è questa la sorgente silenziosa dell’amore, è questa la prevenienza e la provenienza dell’amore, per la quale il Padre ha amato il Figlio e questi ha amato i suoi.

Questo amore, questa dilectio, è – ad un tempo – il vincolo che opera la comunione in seno al mistero di Dio – fra il Padre e il Figlio – e nella loro auto-comunicazione agli uomini, nell’amore con cui il Figlio ama i suoi e questi sono chiamati ad amare a loro volta. Così amare significa «rimanere», «dimorare» in questa circolarità dell’agápe, di quell’amore che si consegna nella fragilità del Pane spezzato, nella vulnerabilità di mani che sfiorano la carne dei discepoli e ne lavano i piedi.

Il mistero pasquale del Figlio – nell’ora della croce e della gloria – diviene in tal modo la narrazione di un amore disarmato e disarmante, contraddetto e paradossale, che nella sua debolezza custodisce quella forza che gli permette di fronteggiare l’abisso del male e, insieme, la banalità dell’odio, di un odio gratuito e senza ragione (cf. 15,25).

«In te Santa Croce vediamo Dio che ama fino alla fine,
e vediamo l’odio che spadroneggia e acceca i cuori e le menti
di coloro preferiscono le tenebre alla luce. […]
O Croce di Cristo,
insegnaci che l’alba del sole è più forte dell’oscurità della notte.
O Croce di Cristo,
insegnaci che l’apparente vittoria del male si dissipa
davanti alla tomba vuota
e di fronte alla certezza della Risurrezione e dell’amore di Dio
che nulla può sconfiggere od oscurare o indebolire. Amen!» (papa Francesco).

un fratello di Bose