Dalla tristezza alla gioia


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Photo by Syd Sujuaan on Unsplash
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1 giugno 2022

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 16,16-23 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:" 16Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete». 17Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete», e: «Io me ne vado al Padre»?». 18Dicevano perciò: «Che cos'è questo «un poco», di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».
19Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: «Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete»? 20In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. 21La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. 22Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. 23Quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà.


Siamo a Cena, il Gesù di Giovanni lascia ai commensali il suo testamento denominato “discorso di addio”, di fatto un arrivederci. I versetti proposti dal brano di oggi ne fanno parte e ruotano attorno a una frase di Gesù: “Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete” (Gv 16,16). Gesù, consapevole che è giunta l’ora di passare da questo mondo al Padre (Gv 13,1), ritorna a più riprese sul tema: “Ancora per poco sono con voi” (Gv 7,33), dice ai giudei, e lo stesso agli apostoli: “Figlioli, ancora per poco sono con voi” (Gv 13,33). Tutto questo finisce per generare in quelli di Gesù un clima di scoramento: “La tristezza ha riempito il vostro cuore” (Gv 16,16), tristezza, turbamento e smarrimento a motivo del suo andarsene, del loro restare soli. Uno stato d’animo accompagnato dall’esigenza del voler capire bene: “Che cosa è questo ‘un poco’?” (Gv 16,18). Gesù coglie questo loro disagio e sa che un “poco” è un modo di dire Pasqua, morte-sepoltura-resurrezione: mi vedrete ancora per un breve lasso di tempo, dal momento che vi parlo fino alla crocifissione, venerdì santo, poi scomparirò alla vostra vista, il sabato della sepoltura, un poco che sfocia nella domenica di resurrezione. Un rivedermi che “cambierà la vostra tristezza in gioia” (Gv 16,20): “E i discepoli gioirono nel vedere il Signore” (Gv 20,20). Colui che è stato tolto alla vista per poco tempo si riconsegna alla vista in breve tempo mutando il lamento in danza, Colui che li ha amati sino alla fine è il Vivente in mezzo a loro. Questo vedono e questo annunceranno.

Il testo, oltre a riflettere l’esperienza originaria dei discepoli del Signore, narrata con occhi giovannei, riguarda da vicino le comunità cristiane successive nel dolore, nel pianto, nel gemito e nel lutto (cf. Gv 16,21-22) a causa dell’ostilità e della persecuzione. Una tristezza che invoca la presenza del Signore per concludere che il Risorto è sempre con loro, una gioia e una allegrezza che nessuno potrà mai togliere. Felicità, pur dentro la durezza della prova, è il sapersi dimora di lui e del Padre (cf. Gv 14,23), visti da lui (cf. Gv 16, 22), chiamati per nome (cf. Gv 10,3), attesi da lui (cf. Gv 14,2-3) e nella certezza che nessuno ci strapperà dalla sua mano. E questo in “Quel giorno” (Gv 16,23), da intendersi non solo come il giorno ultimo della storia e il pieno manifestarsi del Regno di Dio, ma come il giorno della nascita alla fede quale evento dello Spirito, alla luce del quale va letto l’intero discorso di addio. L’andarsene di Gesù prelude e favorisce la venuta dello Spirito: “è bene per voi che me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi” (Gv 16,7). Ed egli, “tra di voi e in voi” (Gv 14,16-17), mi renderà di nuovo presente a voi testimoniandomi (cf. Gv 16,26), spiegandovi le mie parole (cf. Gv 14,26; 16,13-14), consolandovi e difendendovi (cf. Gv 16,8-11). Lo Spirito dà vita al Risorto in noi, una presenza che pur nel dolore e nel lutto ci fa risorgere in forza del suo Spirito a vita nuova, buona nell’amare l’altro come amati dal Padre in Cristo, eterna sulle orme della resurrezione del Cristo. Un già verso il suo non ancora, il giorno della sconfitta definitiva del male, della morte, della tristezza.

L’esempio della donna nel dolore e nella gioia del parto riassume bene la condizione del discepolo nella storia, l’uomo, maschio e femmina, che prova dolore per la morte di Gesù, la Vita, gioia per la sua resurrezione alla vita, a tutti datore della vita. Che prova tristezza per il suo essere nel male, gioia e felicità per il suo nascere qui e ora a vita nuova, cristiforme, nello Spirito. Che prova angoscia per il dover morire, allegrezza per il sapere la morte come la venuta del Risorto-Vivente a prenderti con sé (cf. Gv 14,2-3). La vita è il “poco” dato a noi che domanda di essere vissuto “bene” aperto al “molto” dell’eterno. Non resta che cogliere il tempo opportuno del passaggio dello Spirito che genere in noi il Risorto e noi a sua immagine e somiglianza, risorti alla bontà e all' eternità. In tempi di dolore testimoni della diversità del Padre.

fratel Giancarlo