L'epistolario di don Mazzolari e Maria di Campello
di PIERSANDRO VANZAN S.J.
Nel fitto e suggestivo carteggio ventennale troviamo la storia e l'intreccio di due vite molto diverse, eppure profondamente legate in Dio e nella speranza di un futuro migliore per la Chiesa e il mondo
di PIERSANDRO VANZAN S.J.
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MARIA DI CAMPELLO, PRIMO MAZZOLARI,
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Nel fitto e suggestivo carteggio ventennale tra don Primo Mazzolari e Maria di Campello troviamo la storia e l'intreccio di due vite molto diverse, eppure profondamente legate in Dio e nella speranza di un futuro migliore per la Chiesa e il mondo (1). Come sottolinea nella prefazione Enzo Bianchi , priore della Comunità di Bose, c'è qui «l'eloquenza silenziosa di sorella Maria un tratto così marcante della sua spiritualità che emerge da ogni rigo ' ma anche il sofferto tacere di un uomo che è consapevole di avere una missione di predicazione evangelica ben al di là degli angusti confini della parrocchia di Bozzolo in cui molti, troppi, vorrebbero rinchiuderlo» (p. 5). Don Primo Mazzolari e sorella Maria di Campello (2), figure straordinarie nella Chiesa del Novecento, attraverso questo carteggio ben delineano le rispettive vicende biografiche fortemente asimmetriche, ma egualmente segnate da molta audacia cristiana , trasmettendoci quanto caratterizzava entrambi: «Far rifulgere in tutto il suo splendore il Vangelo di Gesù Cristo» (p. 6).
Queste lettere, infatti, sono intrise di profondi sentimenti umani, di continua ricerca spirituale, di radicale riferimento al Vangelo e, soprattutto, d'intenso sentimento amicale, che li accompagnerà nonostante la distanza e i tortuosi rispettivi cammini per un lungo tratto delle loro vite. La curatrice (3) - che ha dotato il carteggio di un ricco apparato di note e lo presenta con un'ampia introduzione permette di seguire questa singolare vicenda con partecipazione e rigorosa metodologia storica, donandoci un tassello prezioso e finora sconosciuto della storia della Chiesa contemporanea. Tanto più che, se la vicenda del parroco di Bozzolo è oggetto di studi e ricerche nel 2009 sono previsti due grandi convegni, in occasione del 500 anniversario della morte , l'eremo di Campello e la sua ispiratrice sono meno noti.
Perciò è pregio non secondario di questo volume come di altre fonti pubblicate negli ultimi tempi (4) sollevare il velo su quella piccola ma significativa realtà umbra. Ricordiamo infine che, dopo la morte di Maria, avvenuta nell'eremo il 5 settembre 1961, la piccola famiglia ha continuato a vivere nello spirito di quella ospitalità «senza confini» che aveva impresso la fondatrice e, pur essendo ormai mancate le sorelle della prima ora, è ancor oggi luogo di preghiera e accoglienza (5).
Radici di un'amicizia e sua polifonia
L'epistolario, che va dal 1939 al 1959, pur rivelando un incontro di anime suggestivo, travalica le rispettive biografie e in filigrana lascia trasparire più ampi scenari di cammino ecumenico, di rinnovamento monastico e di riscoperta biblica. Fin da quella prima e isolata lettera, scritta da Maria a Mazzolari nel 1925 per chiedergli aiuto (6), è possibile intravedere un vissuto di fede che negli anni successivi, con l'intensificarsi della corrispondenza, permette al lettore di riconoscere una di quelle vivaci microrealtà ecclesiali di base che, insieme ai teorici del movimento ecumenico, biblico e liturgico, prepararono la svolta del Vaticano II sia in questi ambiti, sia nei rapporti Chiesa - mondo.
Nell'anno successivo, il 1926, sorella Maria si era ritirata nell'eremo di Campello sul Clitunno, nei pressi di Spoleto e, nel bel mezzo della campagna umbra, aveva dato vita a una esperienza religiosa di ispirazione francescana e di stile monastico, dedita al lavoro, alla preghiera, all'ospitalità e alla condivisione. A una sorella che le domandava: «Cosa rimarrà di noi?», aveva risposto: «L'eco di un canto di allodola in un cuore che l'ha ascoltato. Un seme è gettato. Non c'è bisogno di noi, né dei nostri scritti. Se il seme è benedetto, darà frutto» (7). In quegli stessi anni don Mazzolari, giovane prete segnato dalla terribile esperienza della prima guerra mondiale vissuta in prima linea come cappellano militare ' iniziava la sua attività pastorale tra la gente di Bozzolo, il paese in provincia di Mantova dove era appena stato mandato. Alla richiesta di sorella Maria aveva risposto dopo due mesi, scusandosi per il ritardo e dicendo che al momento non sapeva chi mandarle, ma aggiungendo: «Se il Signore vorrà... Non è vero che dobbiamo dire così e che è bello poter dire così? Se il Signore vorrà!» (p. 85).
Da quel primo, fugace contatto passarono ben 14 anni, sicché il vero carteggio inizia soltanto nel marzo del 1939, quando sorella Maria, saputo che don Primo era a Firenze per una delle sue predicazioni, gli scriverà chiedendogli di vederlo. Indimenticabile incontro e colloquio «intenso e affettuoso» (p. 39): unico ricordo affidato alla vista per entrambi, da cui sboccerà un'amicizia epistolare così intensa e profonda da non conoscere limiti o interruzioni. La piccola comunità di Campello intanto era cresciuta, e al suo interno fioriva lo spirito ecumenico e il dialogo con «lontani e modernisti», piuttosto raro nella temperie ufficiale cattolica del tempo 8 Tant'è vero che, all'epoca, sorella Maria dovette affrontare l'opposizione della gerarchia ecclesiastica locale per la sua amicizia con Ernesto Buonaiuti prete romano e storico del cristianesimo, scomunicato nel 1926 , e perché ospitava due sorelle non cattoliche.
Per questo lei si era rivolta a don Luigi Orione prima e a don Mazzolari poi, oltre che ai numerosi amici di culture e confessioni diverse sparsi per l'Italia e il mondo. Dalla silenziosa campagna umbra, sorella Maria diffondeva attraverso una fitta corrispondenza le idealità evangeliche, l'amore per la contemplazione, l'umiltà francescana, l'attitudine interiore alla libertà cristiana, e anche il profondo rispetto verso la Gerarchia, scrivendo alle più disparate personalità: dalle promotrici della cultura e della dignità femminile come Antonietta Giacome]Ii e Adelaide Coari, allo storico e filosofo delle religioni Friedrich Heiler, dal sindaco di Firenze Giorgio La Pira al biblista perugino Umberto Fracassini, dal teologo domenicano Yves Congar allo storico del movimento francescano Paul Sabatier, dal pastore valdese Giovanni Luzzi del quale all'eremo si utilizzerà la traduzione della Bibbia «interconfessionale» al teologo luterano, musicista e medico missionario Albert Schweitzer. Notevole è anche il carteggio col Mahatma Gandhi, al quale in una delle tante lettere dirà: «Io sono riconoscente e in venerazione per la Chiesa della mia nascita e della mia famiglia, ma la Chiesa del mio cuore è l'invisibile chiesa che sale alle stelle. Che non è divisa da diversità di culti, ma è formata da tutti i cercatori della verità» (p. 29 s) (9).
E significativo anche ricordare che importanti realtà comunitane future trovarono nell'eremo di Campello ispirazione e confronto. Così fu per l'eremo di San Pietro alle Stinche, di padre Giovanni Vannucci, che si riconosceva «figlio spirituale di Maria» (p. 16); per l'eremo della Trasfigurazione di Collepino, fondato da suor Maria dell'Eucaristia (10); nato dalla consapevolezza di un necessario mix tra contemplazione e ascolto dei problemi di uomini e donne viventi nel mondo e anche la comunità monastica di Bose riconosce la visione e gli insegnamenti di sorella Maria come «parte della propria eredità» (11)
Non da meno fu don Mazzolari che, negli anni Trenta, iniziò a tenere conferenze e a pubblicare articoli e libri nei quali tentava di superare l'idea di Chiesa «società perfetta» e cercava di riscoprirne le dimensioni mistiche anche riconoscendo onestamente le debolezze e inadempienze della comunità ecclesiale , per ricostruirla su più salde basi e farne una comunità che fosse accogliente per tutti: lontani e fratelli separati che fossero (12). Come voleva sorella Maria: entrambi infatti ritenevano che non solo fosse necessario utilizzare il messaggio evangelico per raggiungere i «lontani» che rifiutavano la fede magari proprio a causa dei peccati dei cristiani ' ma che si poneva l'obbligo di intervenire nella società italiana per rifondarla completamente sul piano morale e culturale, offrendo maggiore spazio alla giustizia, alla solidarietà con i poveri, alla fratellanza e «all'accoglienza dell'amico o contrario» (p. 39).
Verso un cristianesimo di «più largo respiro»
Dopo l'unico incontro del 1939, quelle due anime tanto affini eppure diverse continuarono il racconto delle loro esistenze attraverso contatti unicamente epistolari: 149 lettere di sorella Maria e 90 di don Mazzolari. «Tra noi non c'è bisogno di lunghi discorsi: anche se non ci è data la gioia di vederci, la certezza di essere nella stessa speranza è il nostro grande sostegno. Cosa mi possono togliere gli uomini se il Signore mi tiene il cuore fisso verso la verità? Aiutatemi a testimoniare senza debolezza e senza angustia...
Viene l'ora... Sto tanto male e... tanto bene. Voi mi capite, come mi capiscono tutte le Vostre figliuole, alle quali mando ogni giorno dall'Altare la mia povera Benedizione» (p. 109), scriveva lui durante i primi anni della seconda guerra mondiale, e Maria gli rispondeva descrivendogli le varie sorelle, i non conviventi e proponendogli di far parte del gruppo di questi ultimi (13). E concludeva: «Mangeremo pur sempre ormai, e più e più, il pane del dolore, con tutti i nostri fratelli, né altro pane vorremmo; solo osiamo chiedere al Regolatore del tempo e delle vicende umane quell'attimo di respiro, che ci consente la comunione fraterna con i lontani. [...] Sentitemi vicina, poiché in verità lo sono, e accendo la mia piccola lucerna alla Vostra fede» (p. 114 s).
Nel 1942 Maria gli faceva avere copia della lettera mandata a Pio XII, il 21 giugno 1942, dove confidava al Papa il suo «bisogno di un più largo respiro» all'interno della Chiesa (p. 61). «Sono una vecchia eremita. Vivo con alcune compagne in un antico eremo francescano nel cuore dell'Umbria. [...] Per me la fraternità riverente verso i fratelli separati, verso ogni esperienza religiosa sincera, se pur diversa dalla nostra, è mandato inflessibile ed è anche luce sul cammino», spiegava al Pontefice e, dopo aver riferito che l'Arcivescovo di Spoleto «non ha mai permesso che si celebrasse la messa quassù a causa dell'amicizia con Buonaiuti», gli chiariva il perché non poteva rompere i contatti con lui: «So benissimo che la scomunica vieta i rapporti con uno scomunicato. [...] Ma io ho la più grave delle ragioni: quella di un'amicizia indefettibile e che oso chiamare santa, come se in questo attimo dovessi rendere conto della mia coscienza a Dio» (p. 146). Mazzolari, colpito da quelle parole, ma non facendosi illusioni sulla «larghezza spirituale in certi ambienti», le rispondeva: «E l'ora della fedeltà, consumata, però in un'oblazione monda e sincera. In alto, tra gli uomini, possono anche non tenerne conto e giudicarla diversamente: più in alto, viene raccolta e messa in conto d'espiazione e di testimonianza per un domani pauroso già alle porte» (p. 152).
II parroco di Bozzolo, che fin dall'avvento del fascismo era stato contrario al regime, presagiva con quel «domani pauroso» quanto sarebbe accaduto. Infatti con l'armistizio del 1943 la situazione precipita e don Primo entra nella Resistenza, finendo tra «i nemici del regime». Arrestato nel luglio 1944, fu liberato poco dopo ma, stante l'ordine delle autorità nazifasciste di «restare a disposizione», passò alla clandestinità e dal suo rifugio scriveva a Maria: «Le altre tappe saranno secondo i voleri di Dio. Non mi rifiuto di soffrire, quando il soffrire è l'unico pane che tutti abbiamo in abbondanza. Non so quando potrò tornare. Ovunque è Chiesa e l'altare lo portiamo con noi. Questo non mi impedisce di ascoltare lo schianto che ho dentro» (p. 171). E lei, sempre pronta a consolare, rispondeva: «Possiate avere ciò che può alimentare il vostro spirito, la vostra sensibilità patetica e squisita. Un raggio di consolazione interiore. Il saluto d'una foglia d'autunno, d'una stella, d'un Innocente. La benedizione di chi soffre e di chi muore» (p. 183).
Alterne vicende e conclusione
Attraverso le splendide lettere che la Minore e fratello Ignazio si scambiarono, è possibile rivivere, dopo il buio e le angosce della guerra, il miracolo della ricostruzione, con tutte le speranze anche quella di poter dialogare sinceramente con i comunisti e le delusioni per una serie di vicende sociopolitiche che impedivano di realizzare la «novità cristiana» (14), anche per colpa del «mondo cattolico, della sua "ufficialità", del "fasto", delle durezze che oscurano il volto di Cristo e del suo Vangelo» (p. 56). Nel 1949, come si è detto, Mazzolari fondava pure il quindicinale. Adesso, sempre con l'intento di offrire un contributo veramente cristiano al dibattito politico, religioso e culturale in atto nella società italiana del tempo e, attraverso quelle pagine, continuò a sostenere il rifiuto di ogni guerra, l'imperativo della pace e la necessità della nonviolenza. Sorella Maria, immediatamente fattasi attenta lettrice della rivista, condivideva con lui pensieri, difficoltà e incomprensioni, seguendo il confronto tra cristianesimo e comunismo, che don Primo sosteneva in quelle pagine , senza però entrare nel merito della questione.
«La fede è sostanza di cose sperate: è certezza, è comunione, che in un certo senso anticipa il possesso delle cose sperate che adesso non appaiono. Più che un momento conoscitivo è un momento mistico, cioè il congiungimento misterioso e ineffabile, ma reale, della mia povera vita con la vita infinita di Dio» (p. 60), scriveva don Primo in quegli anni (16), e lei, che amava definirsi «panica» cioè «trasfusa nelle creature, nel tutto» e desiderosa «di apprendere da ogni realtà esistente» (p. 48) gli raccontava così il suo pancristianesimo: «Considero che le diverse Chiese Cristiane o i membri coscienti di queste chiese sono chiamati a dare un loro contributo allo spirito ecumenico, gettando sale nelle acque malsane e insipide della nostra Cattolicità romana» (p. 264) (17)
Intanto però, era proprio il carattere innovativo e coraggioso di Adesso a provocare l'intervento della Santa Sede e così, se nel febbraio del 1951 il periodico fu costretto a cessare le pubblicazioni, in luglio arrivarono altre misure personali contro don Mazzolari: la proibizione di predicare fuori diocesi senza il consenso dei vescovi interessati e il divieto di pubblicare articoli senza preventiva revisione ecclesiastica. Il parroco di Bozzolo, addolorato, scriveva alla Minore: «Precedo l'ultimo Adesso di qualche giorno, per dirVi che tutto è come Dio vuole e che sono in pace, anzi nella gioia. [...] Non mi preoccupo del domani. Mi verrà detto a suo tempo da Chi solo può, come dovrò lavorare per Lui, se potrò ancora lavorare. Ma adorare, tacere, soffrire (18), si può sempre, se Lui ci dà mano» (p. 261). E lei, come sempre trovando una parola di conforto, gli scriveva: «Abbiamo ricevuto il colpo di grazia. E dovremo preparaci a nascere di nuovo», quasi a presagire la riapertura del periodico, che avvenne nel novembre di quello stesso anno, benché senza la sua direzione (19).
Nell'epistolario, che in filigrana rivela le tappe principali della vicenda umana e spirituale di don Mazzolari (20), notevoli sono le confidenze riguardanti il travaglio con la gerarchia ecclesiastica nel 1954 da Roma gli ingiunsero di predicare soltanto nella sua parrocchia e gli fu vietato di scrivere articoli su materie sociali , ma si rivive anche il clima di nascosto fervore e di grande attesa che sfocerà nel pontificato di Giovanni XXIII (21) e nella primavera del Concilio Vaticano II. Come scrive Mariangela Maraviglia: «Riscoperta della Bibbia, aspirazioni ecumeniche, rinnovamento liturgico, dialogo interreligioso, impegno per la giustizia, povertà della Chiesa, ricerca della pace: quasi tutti i concetti chiave di un ideale lessico ecclesiale che dagli anni precedenti al Concilio Vaticano II giunge fino a noi, sono rintracciabili in queste pagine, o nelle vicende che in queste pagine rivivono» (p. 73).
Sorella Maria, che ascoltava e ben comprendeva le gioie e le sofferenze di Mazzolari, era per lui una voce capace di trasmettere, attraverso semplici racconti di vita e di preghiera, quel respiro di eterno presente nell'eremo e nel suo cuore. Il loro scambio epistolare si interromperà soltanto pochi giorni prima della morte di lui (12 aprile 1959), lasciando cogliere ancor oggi, scorrendo quel carteggio un raro incrocio di vite, una felice contaminazione di anime, un dialogo aperto e sincero pur nella diversità, e uno stile cristiano in grado di coniugare la fedeltà al Vangelo e alla Chiesa con la dignità della coscienza in una comunione che, toccando picchi altissimi di spiritualità, è riuscita ad arrivare «oltre ogni parola scritta e parlata» (p. 62).
PIERSANDRO VANZAN S.J.
© La Civiltà Cattolica 2008 III 271-279 quaderno 3795-3796
NOTE:
1 Cfr M. DI CAMPELL0 P. MAZZOLARI, {link_prodotto:id=729} Carteggio (1925 - 1959), a cura di M. MARAVIGLIA, Magnano (BI), Qigajon, 2007, 384, €23,00. Ulteriori variazioni sul tema in G. VECCHIO (ed.), Mazzolari, la Chiesa del Novecento e l'universo femminile, Brescia, Morcelliana, 2006 (cfr Civ. Catt. 2007 I 98 s).
2 Nato al Boschetto, frazione di Cremona, il 13 gennaio 1890 da una famiglia di piccoli agricoltori, Primo Mazzolari entrò presto in seminario a Cremona e, ordinato prete nel 1912, fu mandato come vicario cooperatore a Spinadesco e poi nella sua parrocchia natale. Cappellano militare durante la prima guerra mondiale, sui campi di battaglia maturò l'avversione per ogni forma di guerra. Nel 1922 fu parroco a Cicognara e nel 1932 a Bozzolo, dove, oltre a scrivere vari libri, maturò quel profondo antifascismo che lo portò a entrare nella Resistenza durante il secondo conflitto mondiale. 1115 gennaio 1949 diede vita al quindicinale Adesso, che, per i temi trattati il rinnovamento della Chiesa, la denuncia delle ingiustizie sociali, il dialogo con. i comunisti , gli procurò non poche tensioni con la gerarchia ecclesiastica. II S aprle 1959 è colpito da ictus cerebrale, durante la Messa, e muore una settimana dopo all'ospedale di Cremona.
Sorella Maria, al secolo Valeria Pignetti, nata a Torino nel 1875, entrò nel 1901 nell'istituto francese delle Francescane missionarie e ne uscì dopo 18 anni col placet di Benedetto XV per realizzare una nuova forma di vita consacrata. Dopo varie peregrinazioni, raggiunse l'eremo di Campello (Spoleto), dando vita a una nuova comunità religiosa. Proprio da quell'eremo sorella Maria porterà avanti fino alla morte (1961) coraggiosi e fecondi contatti epistolari, raggiungendo molti «lontani» e diffondendo un forte messaggio ecumenico.
3 Collaboratrice della Fondazione don Primo Mazzolari, Mariangela Maraviglia ha dedicato al parroco di Bozzolo i seguenti volumi: Chiesa e storia in «Adesso», Bologna, Edb, 1991 e Primo Mazzolari nella storia del Novecento, Roma, Studium, 2000.
4 Ctr il carteggio tra sorella Maria e Giovanni Vannucci, {link_prodotto:id=318}, introduzione e note a cura di P. MARANGON, Magnano (Bi), Qiqajon, 2006, e quello tra sorella Maria e Albert Schweitzer, Senza varcare la soglia, Arezzo, Romena, 2007 (quest'ultimo senza apparato critico), mentre un primo ritratto dell'eremita si trova in R. MOROZZO DELLA ROCCA, Maria dell'eremo di Campello. Un'avventura spirituale nell'Italia del Novecento, Milano, Guerini e Associati, 1998.
5 Tra le varie figure significative passate a Campello ricordiamo padre David Maria Turoldo di cui sorella Maria fotografa l'irruenza e aftettività generosa, insieme a «uno spirito pacifico»: «Sarebbe un cappellano ideale dell'eremo» , don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia, e Annalena Tonelli, laica missionaria uccisa in Somalia nel 2003, che aveva riconosciuto in Maria elementi ispiratori del suo impegno cristiano. Cfr pp. 17; 65-69: 212-216; 271-273.
6 «Siamo un piccolo gruppo di terziarie francescane secolari, che viviamo insieme come sorelle, lavorando per vivere, e anche offrendo ospitalità a chi ha bisogno di venire a trovare pace in questa solitudine e presso la semplicità francescana. [...] Non vorremmo crescere di numero oltre sette, giacché siamo e teniamo a rimanere una piccola famiglia, nell'ombra; ma desidereremmo avere tra noi una figliuola di codesti luoghi, e osiamo sperare questo dono del Signore attraverso Lei» (p. 83 s).
7 E. CHIRILLI, Contributo alla storia dell'Eremo francescano di Campello sul Clitunno. Sorella Jacopa, Galatina (Le), Editrice Salentina, 1973, 241.
8 Oltre all'enciclica Pascendi di Pio X, contro il modernismo, ricordiamo che, ancora nel 1928, la Chiesa cattolica si ispirava all'enciclica Mortalium animos, che riaffermava un'ecclesiologia del «ritorno» degli appartenenti ad altre Confessioni alla Chiesa di Roma, e vietava ai cattolici la partecipazione agli incontri ecumenici avviati in quegli stessi anni con le Conferenze di Stoccolma e Losanna (p. 25).
9 Questo carteggio è pubblicato in Frammenti di un'amicizia senza confini. Gandhi e sorella Maria, Pro manuscripto, Campello, 1991.
10 Cfr MARIA TERESA DELL'EUCARISTIA, Le lettere, Pro manuscripto, Roma, 1981;
ID., No, non ho saltato il muro, Brescia, Queriniana, 1976, dove narra che A. Schweitzer le confessava di sentirsi vicino a lei e a sorella Maria, «l'eremita umbra» (p. 187).
11 Cfr COMUNITÀ DI BOSE (ed.), Il libro dei testimoni, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2002, 427 s.
12 Nel 1932 pubblica un opuscolo dal titolo Il mio parroco, seguito nel 1934 dal libro La più bella avventura, che, basato sulla parabola del figliol prodigo, fu però condannato dal Sant'Uffizio perché considerato «erroneo» e ritirato dal commercio. Poi nel 1938 uscirono altre tre opere: Il samaritano, I lontani, Tra l'argine e il bosco, mentre nel 1939 fu pubblicata La via crucis del povero.
13 La famiglia religiosa di Maria era composta di «sorelle conviventi», che condividevano con lei una vita di povertà, preghiera, accoglienza e silenzio, e di «fratelli e sorelle non conviventi», che, pur non vivendo all'eremo, aderivano agli aspetti della vita monastica riproducibili nelle esperienze quotidiane di ognuno. Quasi tutti ricevevano dalla Minore, così amava appellarsi l'eremita, nomi di tradizione francescana o desunti da ligure del primo cristianesimo, con l'intento di cogliere qualche elemento dell'interiorità dell'interlocutore (p. 43 s). Don Primo accoglierà l'invito e riceverà il nome di Ignazio, come ricordo del vescovo Ignazio di Antiochia e metafora di totale donazione.
14 Don Mazzolari era convinto che soltanto il cristianesimo potesse costituire un rimedio ai mali del tempo e perciò si mise a diffondere l'idea di una s'era e propria «rivoluzione cristiana», secondo la quale i cristiani diventavano l'autentica guida della società, a patto di rinnovarsi completamente nella mentalità e nei comportamenti. E proprio con l'intento di promuovere l'annuncio evangelico, nel 1945 scrisse Il compagno Cristo. Vangelo del reduce, rivolgendosi a quanti tornavano dal fronte o dalla prigionia, per additare loro la via tracciata da Gesù Cristo. Riedizione critica, a cura di Giorgio Vecchio, presso Edizioni Dehoriiane di Bologna, 2003. Cfr anche P. MAZZOLARI, Rivoluzione cristiana, Bologna, Edb, 1995.
15 II suo slogan era: «Combatto il comunismo, amo i comunisti», proprio per promuovere quel dialogo che, dopo la scomunica dei comunisti da parte della Chiesa nei 1949, appariva del tutto interrotto.
16 Nei testo poi pubblicato: cfr P MAZZOLARI, Della fede. Della tolleranza. Della speranza, Bologna, Edb, 1995, 28.
17 E, mostrando obbedienza verso la volontà della sua Chiesa, proseguiva: «Metto dinanzi a Voi, umilmente, ciò che può essere giudicato reprensibile, né mai vorrei sottrarmi sulla terra e oltre alle battiture e al rogo. Del resto desidero rimanere fedele alla Chiesa dei miei Maggiori, con un senso di lealtà e gratitudine senza fine. Ho ricevuto tanto, nonostante tutto e attraverso tutto!» (p. 265).
18 Emblematico trinomio, già caro ai non meno tribolato Antonio Rosmini, e seppur in tempi e modi diversi per entrambi è venuto il riconoscimento della Chiesa. Cfr Civ. Catt. 2008 11 250.
19 Infatti, la direzione fu affidata a un laico, Giulio Vaggi, ma don Primo continuerà a collaborare con la redazione scrivendo articoli firmati spesso con pseudonimi, come quello di Stefano Bolli.
20 Rievocata anche nel racconto fortemente autobiografico La pieve sull'argine, pubblicato nel 1952, che ripercorreva le sue vicende tanto negli anni bui del fascismo, quanto nelle difficoltà incontrate con la gerarchia ecclesiastica nel dopoguerra.
21 Ricordiamo infatti che nel novembre del 1957, l'arcivescovo di Milano mons. Montini, futuro Papa Paolo VI, lo chiamò a predicare nella Missione di Milano, mentre nel febbraio 1959 ii nuovo Papa, Giovanni XXIII, ricevendolo in udienza, la commosse profondamente chiamandolo «la tromba dello Spirito Santo'
PIERSANDRO VANZAN S.J.
© La Civiltà Cattolica 2008 III 271-279 quaderno 3795-3796