Elogio del mite come unica strada verso la salvezza
di Carlo Antini
Abbandonare l’attaccamento alla ricchezza per guardare più in alto. Alzare lo sguardo per vedere lo Spirito che regna nei cieli. La capacità dei miti di vincere la sfida con la modernità è tutta qui
Il Tempo, 27 marzo 2013
di Carlo Antini
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BARBARA SPINELLI
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Qiqajon, 2012
Il mite lo si nota per come incede, per il tono della voce, per come attraversa l’oscurità, forte di una luce che non si sa bene da dove venga, un po’ come accade al vento di Nicodemo: non gli viene dall’alto ma emana, sbalorditiva, dalla terra. Il mite non è nei cieli ma quaggiù, tra noi: è uno di noi. Ci deve pur essere un motivo per cui riceve in eredità non il cielo ma la terra. Il mite è attivo, prima e dopo la prova, e anche se la sua condotta non è aggressiva, egli non accetta il male quotidiano, ma alla forza racchiusa nel male oppone un’energia di natura diversa ma egualmente intensa: una forza concentrata, riluttante all’aggressione ma non priva di ribellione.
Perché parlare oggi della mitezza? Perché il mite vince. Di fronte alle avversità della vita e all’aggressività della società in cui viviamo, il mite propone una visione diversa della vita. Un esempio di condotta illuminata, con una luce intrinseca che illumina ciò che lo circonda. «Il soffio del mite» di Barbara Spinelli parla anche di questo. Accende i riflettori su una virtù che non fa rumore ma che più delle altre riesce a colpire nel segno.
Alla mitezza è stato dedicato anche il lavoro di un altro autore. Norberto Bobbio ha scritto «L’elogio della mitezza e altri scritti morali» e il saggio che dà il titolo al libro prende in esame la virtù nella sua dimensione individuale e sociale. In questo modo l’autore torna alla dottrina morale degli antichi, che vede nelle virtù più che un insieme di regole il fondamento del vivere civile e delle pubbliche istituzioni. Dal problema classico dei rapporti fra etica e politica, e quindi dalla ragion di stato, a quelli attualissimi del razzismo e della tolleranza, dal confronto tra etica laica ed etica religiosa all’atteggiamento dell’una e dell’altra di fronte al problema del Male: nelle pagine di Bobbio affiorano linee essenziali di una visione laica del mondo, conclusione di anni di riflessione teorica e impegno civile.
L’antichità torna anche nella visione di Barbara Spinelli. La figura di Nicodemo, il discepolo di Gesù, diventa paradigma del suo vento. San Nicodemo lo ritroviamo sul Golgota insieme a Giuseppe d'Arimatea, che contribuisce alla Deposizione di Gesù dopo la crocifissione e aiuta a deporne il cadavere nella tomba. Egli porta «una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre» per la preparazione del corpo di Gesù, una grande quantità, pari a circa 30 chili di oggi. in quel tempo la quantità indicata era utilizzata per la sepoltura di un re.
Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».
Replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico, noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza.
Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna».
Tutto questo possiede una sua corrispondenza precisa nel libro di Barbara Spinelli. Il mite non come vento ma come acqua. Acqua che scorre tra le pieghe della realtà e prende la forma degli oggetti che incontra. Il mite «vitreo» che se incontra un ostacolo, si arresta, se l’ostacolo si rompe, corre via. Il Vangelo di Matteo dice che i miti erediteranno la terra. Disprezzano il potere, il possesso e l’autorità. Nell’ora in cui il Pontefice si chiama Francesco, emerge l’urgenza di riconsiderare l’approccio ai beni materiali.
Abbandonare l’attaccamento alla ricchezza per guardare più in alto. Alzare lo sguardo per vedere lo Spirito che regna nei cieli. La capacità dei miti di vincere la sfida con la modernità è tutta qui. La loro voglia di affrontare la vita in modo diverso. Col distacco dei puri. «Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei cieli». Per essere poveri di spirito, dobbiamo vagabondare, tendere la mano, pregare, essere gli ultimi della Terra.
E insieme rendere vuota la nostra mente, liberandola da qualsiasi saggezza umana, in modo che la grazia possa riempirla interamente di sé. Per questo i miti si rispecchiano perfettamente nel periodo pasquale che stiamo vivendo. Riescono a incarnare la rinascita. Abbandonandosi verso l’arrivo della nuova vita.
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Qiqajon, 2012