Discernimento fino alla fine

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Come abbiamo dolorosamente annunciato, domenica 29 luglio prima dell’alba, mentre si recava in chiesa per celebrare la Risurrezione di Cristo e la Divina Liturgia, Anba Epiphanius, abate del Monastero di San Macario in Egitto, è stato brutalmente assassinato.

Di questo fraterno amico, mite e umile di cuore, sapiente padre del deserto contemporaneo, abbiamo già presentato l’intervento su “Il perdono nella vita di Matta el Meskin”, da lui tenuto a Bose in occasione del XXIII Convegno ecumenico di spiritualità ortodossa, nonché i passaggi dedicati all’unità tra le chiese nel suo ricordo di abuna Matta el Meskin durante il Convegno a questi dedicato.
Offriamo ora alcuni passaggi di una bozza di lavoro sul “Discernimento nella vita monastica” cui Anba Epiphanius si stava dedicando ancora il giorno precedente la sua morte. È un testo che, destinato a essere letto all’ormai imminente
Convegno di spiritualità ortodossa presso il nostro Monastero, si è tragicamente rivelato come l’ultimo lavoro di Anba Epiphanius.

Il discernimento nella vita monastica

La letteratura apoftegmatica dei Padri del deserto converge nel ritenere che la virtù più importante che il monaco deve acquisire è quella del discernimento (διάκρισις). Nella lettera agli Ebrei si afferma che questa virtù è propria dei perfetti: “Il nutrimento solido è invece per gli adulti, per quelli che, mediante l'esperienza, hanno le facoltà esercitate a distinguere (διάκρισις) il bene dal male” (Eb 5,14). Mi sembra che con discernimento si debba intendere quella sapienza che san Giacomo Apostolo ci spinge a chiedere a Dio: “Se qualcuno di voi è privo di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti con semplicità e senza condizioni, e gli sarà data” (Gc 1,5). Se meditiamo su queste parole di San Giacomo sul domandare a Dio la sapienza ci accorgeremo che egli altro non fa che compiere un’ermeneutica dell’approccio monastico che viviamo ogni giorno: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l'opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla” (Gc 1,2-4).

Il discernimento come la più grande virtù monastica

Gli apoftegmi dei Padri del deserto ci narrano che alcuni monaci si riunirono presso abba Antonio per discutere su quale fosse la virtù che il monaco deve lottare per acquisire. Alcuni dissero la preghiera, altri il digiuno, altri la veglia, altri l’umiltà. Ma la risposta di sant’Antonio fu diversa: “Sì, è vero, tutte queste virtù da voi citate sono utili e di esse hanno bisogno tutti coloro che cercano Dio e desiderano avvicinarsi a lui. Ma spesso abbiamo visto persone far perire i propri corpi dedicandosi con rigore ai digiuni e alle veglie, ritirandosi in solitudine nei deserti, e praticando la privazione, tanto che bastava loro il vitto di un solo giorno e davano in elemosina tutto ciò che possedevano. Tuttavia li abbiamo visti sviare dalla retta via e cadere, vanificando tutte queste virtù e divenendo disprezzati. La causa di tutto ciò è che non hanno praticato il discernimento” (Bustan al-Ruhban, detto 32). Lo stesso Antonio dice: “Vi sono persone che hanno logorato il proprio corpo nell’ascesi e che, non avendo avuto discernimento, hanno finito per allontanarsi da Dio” (Antonio 8).

Come esercitarsi a discernere?

Abba Antonio ha sottolineato con insistenza l’importanza della purificazione e della santificazione dell’anima al fine di giungere all’illuminazione. Afferma ad esempio: “L’anima pura è santificata ed è illuminata da Dio perché sia limpida. Allora il suo intelletto pensa ciò che è buono e da esso sgorgano tendenze e azioni buone” (Antonio 52).

Dice inoltre: “Nel corpo la vista è data dagli occhi, nell’anima dall’intelletto. E come il corpo privo di occhi è cieco e non vede il sole, la terra tutta, il mare scintillante e neppure può godere della luce, così anche l’anima che non ha intelletto buono e onesto modo di vita è cieca e non contempla Dio, creatore e benefattore di tutti, non lo glorifica e non può pervenire al godimento della sua incorruttibilità e dei beni eterni” (Antonio 118).

L’importanza dell’acquisizione del discernimento

Il discernimento, in generale, mira a identificare il modo migliore di agire in una determinata circostanza nella quale potrebbe essere richiesta un’azione diversa da quanto generalmente atteso. Abba Giovanni Colobos ritenne che era giusto per lui farsi servire da un anziano, nonostante tutti si attendessero che lui, essendo il più giovane monasticamente, rifiutasse un tale comportamento. È chiaro che un simile procedere da parte sua va ascritto al suo discernimento personale.

Discernimento e paternità spirituale

Il discernimento è anche alla base della paternità spirituale e dell’insegnamento monastico. Una delle più importanti utilità del discernimento è che esso rende capace il padre spirituale di insegnare ai fratelli come comprendere e agire nel modo migliore di fronte alle prove a cui sono sottoposti. Ciò implica il fatto che il padre spirituale è chiamato, mediante il discernimento, a indicare ai fratelli anche modalità di azione dannose o erronee.

“Il padre Abramo, discepolo del padre Agatone, chiese al padre Poemen: ‘Come mai i demoni mi combattono?’. ‘Ti combattono i demoni? – gli dice il padre Poemen -. Non combattono contro di noi, finché facciamo le nostre volontà; infatti le nostre volontà sono demoni, e sono esse che ci tormentano, finché le compiamo. Vuoi vedere con chi combatterono i demoni? Con Mosè e quelli simili a lui’”(Poemen 68).

Il fratello viene convinto da abba Poemen che è inutile preoccuparsi troppo di ciò che i demoni fanno contro di lui. La vera lotta di questo monaco consiste nel vincere la sua propria volontà. Questo è ciò che conta di più.

+ Anba Epiphanius
vescovo e abate del Monastero di San Macario il Grande