IV domenica del tempo Ordinario

Gesù si accorge di questo rifiuto della sua identità, annunciatagli come realizzazione puntuale delle parole profetiche di Isaia. E proprio perché non si ferma alle impressioni superficiali degli uomini, ma guarda ai pensieri che abitano i loro cuori (cf. Gv 2,24-25), quasi previene e denuncia le intenzioni dei suoi interlocutori: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso, pensa a te, non fare la predica a noi; compi piuttosto anche in mezzo a noi i prodigi che hai operato a Cafarnao, e allora conosceremo bene chi tu sei!». Ecco svelati i pensieri dei loro cuori, ecco la non-accoglienza di Gesù proprio nella sua città, tra i suoi, a casa sua (cf. Gv 1,11)!

Poi Gesù pronuncia parole che rivelano un altro compimento realizzatosi in quel giorno: «Nessun profeta è bene accetto in patria». Dal fallimento della sua predicazione egli non trae motivo di sconforto o delusione; al contrario, scorge in tale evento una conferma della sua identità: egli è veramente un profeta e, come tale, può solo essere rifiutato dai suoi fratelli nella fede. Per questo Gesù ricorda ai suoi concittadini e ai suoi familiari che nulla di nuovo sta accadendo nella sinagoga di Nazaret; anzi, si rinnova quello che è sempre accaduto a tutti i profeti. È accaduto a Elia, sostentato e ascoltato solo da una vedova straniera, una fenicia di Sarepta di Sidone (cf. 1Re 17); è accaduto a Eliseo, il successore di Elia, che poté operare la guarigione dalla lebbra solo a favore di un pagano, Naaman il Siro (cf. 2Re 5). Sì, i profeti hanno sempre trovato accoglienza e ascolto non tra i credenti di Israele, bensì tra i non credenti provenienti dalle genti: i credenti sovente sono così soddisfatti e sicuri della loro appartenenza da non essere più aperti ad accogliere parole e azioni «nuove», non attese e non previste, da parte di Dio e dei suoi profeti…